Grecia, il nodo dello “swap” per titoli BCE

Il default della Grecia è nei fatti. In queste ore, il governo di Lukas Papademos sta limando i punti della trattativa con i creditori dell’Institute of International Finance, ente presieduto da Charles Dallara, il quale raccoglie banche, assicurazioni e hedge fund, in possesso complessivamente di 206 miliardi dei 350 miliardi di debito pubblico ellenico.

La proposta su cui si tratta è la previsione del cosiddetto “haircut”, espressione gergale che sta per taglio del valore nominale dei bond. In sostanza, i titoli in possesso dei creditori privati sarebbero scambiati (“swap”) con titoli di nuova emissione, decurtati di circa il 70% del loro valore facciale o nominale. Questo consentirebbe alla Grecia di abbattere il debito di 100 miliardi, rientrando nell’obiettivo di un rapporto tra indebitamento e pil al 120% entro il 2020. Al momento, esso si attesta intorno al 160%, anche per effetto di cinque anni consecutivi di dura recessione (l’ultimo trimestre del 2011 ha visto crollare il pil del 7%), che vanifica almeno parzialmente i sacrifici fiscali dei greci.

Ora, affinché questa trattativa non venga giudicata default a tutti gli effetti, i creditori dovranno essere liberi di accettare o meno. Tuttavia, si tratta di una evidente ipocrisia, in quanto sono fortissime le pressioni degli stati nazionali, perché essi accettino, ma questo eviterà che le agenzie di rating facciano scattare ufficialmente il default, limitandosi al “selective default”, una pillola meno amara nelle parole, ma uguale nella sostanza a una bancarotta a tutti gli effetti. I nuovi titoli avranno durata trentennale e staccheranno una cedola annua, che mediamente non dovrebbe superare il 3,7% circa. Non si esclude, ad esempio, che per i primi anni vi sia una sorta di periodo di grazia, ossia senza interessi, per permettere alla Grecia di respirare un pò.

Questa rinegoziazione del debito tocca i privati, ma non coinvolge le istituzioni, come le banche centrali e i governi. Infatti, non solo i privati, bensì pure soggetti pubblici hanno titoli di stato greci. A questo proposito, bisogna distinguere due casi principali. Da un lato, i vari governi e le banche centrali, inclusa la BCE, hanno investito negli anni scorsi in titoli greci, al pari di qualsiasi altro soggetto privato. Un modo come un altro per non lasciare infruttifera la liquidità di cui disponevano. Questi titoli, sebbene appartengano a enti pubblici, potrebbero benissimo rientrare nell’accordo sulla rinegoziazione del debito, perché sono di natura “privata”, ossia sono stati acquistati come un normale investimento, al pari di come ha fatto una banca o un risparmiatore individuale.

Il caso più interessante e spinoso, invece, riguarda i titoli acquistati dalla BCE, nel corso del suo Securities Market Programm (Smp), vale a dire quei bond che Francoforte ha acquistato non per finalità di investimento, quanto per sostenerne il corso e attenuarne il rendimento. Ora, la BCE non comunica i dati per ciascun bond nazionale, ma si calcola che siano in suo possesso titoli greci per un valore nominale di 55 miliardi e acquistati per un valore complessivo di circa 40-45 miliardi, quindi, a un prezzo compreso tra 60 e 80.

Cosa fare di questi titoli? Se la BCE decidesse di sua spontanea volontà di aderire all’accordo tra Iif e governo Papademos, violerebbe palesemente il suo Statuto, che le impedisce di finanziare gli stati nazionali, con interventi di politica monetaria. E ciò sarebbe quello che accadrebbe, in quanto Francoforte dovrebbe subire perdite sui suoi bond, le quali sarebbero un aiuto indiretto alla Grecia.

Altro caso: la BCE non partecipa all’accordo (fatto acquisito), ma si fa rimborsare alla scadenza i bond greci al valore di acquisto. In questo modo, eviterebbe di incorrere in perdite, ma sarebbe ugualmente un aiuto indiretto alla Grecia, rinunciando ai 15 miliardi circa di profitti (differenza tra valore di rimborso e valore di acquisto). Anche questa strada, quindi, non sarebbe percorribile e la stessa Germania ha fatto sapere, così come il noto “club della tripla A”, che considererebbe tale via una sorta di istigazione all’azzardo morale.

Pertanto, al fine di conservare la forma, ma aiutare i greci nella sostanza, si stanno studiando ipotesi diverse. Una consisterebbe nella possibilità che la BCE venda i titoli all’Efsf, il Fondo europeo di salvataggio, al prezzo di acquisto. Questo dovrebbe poi farsi rimborsare i bond dalla Grecia a tale valore e non al valore nominale, aiutando così il debito a scendere di circa 15 miliardi (il 7% circa del pil ellenico).

Altra ipotesi: la BCE si farebbe rimborsare i bond al valore nominale, realizzando un profitto di 15 miliardi. Esso sarebbe suddiviso tra gli stati azionisti, i quali si impegnerebbero a restituirlo alla Grecia, abbattendo il suo debito per un pari importo. In questo caso, sarebbe salvata la forma, come nel precedente. Anzi, potrebbe essere anche preferibile questo scenario, visto che Francoforte ufficialmente non avallerebbe alcuna operazione di aiuto, limitandosi a suddividere il profitto e restando liberi i suoi azionisti particolari (gli stati) di farcene ciò che vogliono.

Non ultimo, il nodo che riguarda la copertura del buco che si determinerà, allorquando si concretizzerà l’accordo con i creditori. I titoli decurtati del loro valore, attraverso lo swap, offriranno una garanzia inferiore come collaterale per i prestiti ottenuti dalla BCE. Questa differenza dovrebbe essere tamponata dagli stati dell’Eurozona, per evitare il taglio drastico della liquidità alle banche elleniche.

 

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