USA, Romney vince nei caucus di Michigan e Arizona

Questa volta la fortuna non ha voltato del tutto le spalle all’ex governatore del Massachussetts, Mitt Romney. Ieri, si votava per le primarie del Partito Repubblicano in due stati: Michigan e Arizona. Il primo era uno stato-chiave, per delineare il profilo del prossimo candidato alla presidenza per il GOP. Qui ha le sue origini proprio Romney; in questo stato, il padre è stato un brillante manager dell’industria automobilistica, per poi diventare governatore, lasciando un buon ricordo della sua amministrazione. Qui, Romney ha trascorso la sua infanzia e torna spesso in vacanza, avendo anche una casa. Una sconfitta in Michigan sarebbe stata per lui un colpo mortale per le sue chance di rimonta, dopo essere stato umiliato nei caucus precedenti dal candidato italo-americano Rick Santorum.

E, invece, seppur di misura, Mitt Romney si è imposto sia in questo stato, sia anche con maggiore margine in Arizona. Nel primo, ha ottenuto il 41,1% contro il 37,9% di Santorum, il 12% del libertario texano Ron Paul e uno striminzito 7% dell’altro candidato conservatore, l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich. In Arizona, il successo si è delineato più chiaramente. Mitt Romney ha preso il 47,3%, contro il 26,6% di Santorum, il 16% di Gingrich e l’8% di Ron Paul. Certo, nel 2008 aveva vinto in Michigan con 9 punti di scarto su McCain (39 a 30), per poi perdere due settimane dopo. Ma è quanto bastava al mormone per continuare.

Può, quindi, tirare un sospiro di sollievo Romney, perché se avesse perso anche in uno solo dei due caucus, la sua immagine di frontrunner per le primarie sarebbe stata irrimediabilmente danneggiata, con la conseguenza che si sarebbe presentato al “Super-Tuesday” del 6 marzo indebolito. In quella data, tra meno di una settimana, si voterà in dieci stati e adesso non è più possibile fallire, perché sarebbe compromessa per sempre la corsa per la nomination. Tuttavia, le percentuali di Santorum non consentono di potere stare sereni. Sconosciuto ai più fino a un mese e mezzo fa, oggi è lo sfidante più attendibile contro Romney ed è riuscito a relegare nel dimenticatoio Gingrich, che pure aspirava a rappresentare l’inquieta base conservatrice del partito.

Anzi, leggendo i dati, si direbbe che Gingrich è stato stracciato da Santorum e se l’ex speaker si fosse ritirato per appoggiare la battaglia del suo rivale, adesso l’italo-americano festeggerebbe molto probabilmente una vittoria in Michigan, proprio lo stato di Romney e si sarebbe potuto presentare come il candidato da battere al voto del prossimo martedì.

In particolare, Santorum teneva a vincere in Michigan non solo per un effetto psicologico dirompente, ma anche perché questo è uno stato industriale, che paga caro la crisi degli ultimi anni. E non è un mistero che Santorum punta a raccogliere il consenso dell’America profonda, operaia, conservatrice, facendo leva sulle sue umili origini italiane. Un esito positivo in Michigan avrebbe fatto da trascinamento anche per l’Ohio.

Ma cosa accadrà adesso? Un pò lo si è già potuto vedere nelle ore trascorse, quando Romney ha parlato davanti ai suoi sostenitori a Detroit, risollevato per un successo per niente scontato. I suoi toni sono stati duri, ma stavolta solo contro il presidente Barack Obama. Ha affermato che l’America non potrà permettersi un altro mandato di Obama e che la sua amministrazione è stata un fallimento. Poi, utilizzando lo slogan che portò il primo afro-americano alla Casa Bianca nel 2008, ha gridato il suo “Yes, we can”, nel senso di “ce la possiamo fare a mandarlo a casa”.

Uno scenario possibile nelle prossime ore potrebbe essere il ritiro dalla corsa per Gingrich, ormai non solo perdente in tutti gli stati al voto, ma molto lontano anche dalla seconda posizione, spesso in fondo alla classifica. Gingrich dovrebbe certamente appoggiare Santorum e ciò darebbe a quest’ultimo un forte slancio, anche considerando che i consensi raccolti sono “genuini”, nel senso né l’italo-americano, né tanto meno Gingrich godono dei favori di Wall Street, che finanzia a piene mani Romney, né possiedono mezzi propri, tali da potere competere alla pari.

I numeri di ieri evidenziano poi un dato, sottolineato dalle ricerche. Romney ha vinto nei due stati, grazie al voto dei ricchi, mentre coloro che hanno un reddito medio-basso tendono a votare per l’ex senatore della Pennsylvania e per Gingrich.

E Romney non fa mistero della sua ricchezza personale, come quando qualche giorno fa ha dichiarato orgoglioso di avere comprato due Cadillac alla moglie. Lo stesso atteggiamento lo aveva tenuto anche nelle prime fasi della campagna elettorale, quando dichiarò forse un pò troppo tronfio di avere un conto di dieci milioni di dollari alle isole Cayman, ma che non aveva alcuna intenzione di pubblicare da lì a poco la sua dichiarazione dei redditi, cosa che lo ha danneggiato fino al voto di ieri.

Tuttavia, la dirigenza nazionale del Partito Repubblicano è preoccupata dallo scarso appeal che Romney ha tra il ceto medio, individuato tra quanti hanno negli USA un reddito annuo intorno a cento mila dollari.

 

 

 

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