La delibera Agcom non era morta: internet di nuovo a rischio bavaglio entro qualche mese

La maggior parte dei navigatori avrà probabilmente dimenticato la questione della delibera 688/2010 dell’Agcom che quasi un anno fa mise in subbuglio la rete, rappresentando l’ennesimo pericolo per la libertà di espressione e condivisione dei contenuti online. In realtà non vi è mai stato un accantonamento ma solo un posticipo delle decisioni da prendere sulla questione, riguardanti nello specifico la possibilità che di fronte ad un reclamo per una pretesa violazione del copyright, l’Authority possa intervenire per via diretta, eludendo il percorso giudiziario ed arrivando persino all’oscuramento totale di un sito web a livello ip. Ora parrebbe che entro 1-2 mesi la delibera debba essere approvata, guarda caso quasi in contemporanea con la scadenza del mandato dell’attuale vertice dell’Agcom.

Corrado Calabrò, il presidente dell’Autorità garante delle comunicazioni, sarà quindi ascoltato sulla materia al Senato il 21 marzo, convocato dal vicepresidente della Commissione Cultura Vincenzo Vita ed il senatore Luigi Vimercati, preoccupati della decisione prossima ventura. Da notare anche che un paio di settimane fa era partito un comunicato di Confindustria Cultura Italia, che per bocca del suo presidente Marco Polillo temeva invece l’insabbiamento della delibera, esprimendo preoccupazione: “Sembra che l’Italia abbia intenzione di dare definitivo via libera alla contraffazione e alla pirateria digitale”.

La cattiva notizia è che proprio oggi è arrivato all’Agcom il parere dell’ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, che si dice convinto che l’Autorità possa spingersi a bloccare dei siti web giudicati in violazione, anche in virtù del decreto Romani 44/2010, promulgato dall’ultimo governo Berlusconi, che conferisce al garante il potere di “rendere effettiva l’osservanza dei limiti e dei divieti”. Contro queste interpretazioni si è fatto subito sentire l’avvocato Guido Scorza, tra i maggiori esperti di diritto in rete, che argomentando lungamente sull’intera missiva di Onida ne giudica assolutamente errata la conclusione, sostenendo che ad oggi non esista alcuna “sufficiente base di legge” per ordinare all’intermediario, il provider, di oscurare nella sua interezza un sito web carico di informazioni al solo scopo di impedire l’accesso a taluni contenuti che si suppone in violazione del diritto d’autore.

Anche l’AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) ha diffuso in un comunicato la sua contrarietà alla posizione di Onida, affermando il contrasto con la giurisprudenza recente europea ed italiana, e scagliandosi contro il ruolo di sorveglianza che assumerebbero di fatto i fornitori del servizio, introducendo un pericoloso squilibrio “tra la tutela del diritto di proprietà intellettuale, da un lato, e la tutela della libertà d’impresa degli internet e hosting providers, della privacy e del diritto all’informazione dei cittadini, dall’altro lato.”

Intanto, come voce fuori dal coro si fa sentire uno degli otto membri del comitato direttivo dell’Agcom, Nicola D’Angelo, che in controtendenza sostiene dal suo blog che non si può demandare ad una autorità amministrativa questa problematica complessa e delicata, ma piuttosto bisognerebbe legiferare per “adeguare la materia e le tutele allo sviluppo tecnologico”.

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