Grecia, anche Tsipras rinuncia a incarico. Oggi tocca ai socialisti

Dal quartier generale di Syriza, il partito della sinistra radicale, che domenica si è imposta al secondo posto con il 16,7% dei consensi, già da ieri sera trapelava ampiamente quanto tutti avevano previsto: il loro leader, Alexis Tsipras, rinuncia a formare un nuovo governo, malgrado abbia ottenuto l’incarico il martedì da parte del capo dello stato, Carolos Papoulias. Tsipras non è in grado di formare una maggioranza in grado di sostenere un governo. Il giovane leader, che ha solo 37 anni, aveva incontrato in poche ore tutti i leader di partito entrati in Parlamento, ad eccezione dei neonazisti di Alba Dorata, nonché anche esponenti ecologisti, che domenica non sono riusciti ad entrare in Parlamento, in quella che è diventata una sorta di propaganda, in vista di inevitabili nuove elezioni a giugno.

Anche il capo di Grecia Indipendente, Panos Kammenos, che conta 33 deputati e un ottimo quasi 11%, a soli due mesi dalla sua nascita (si tratta di espulsi da Nuova Democrazia), ha ammesso che non esiste alcuna maggioranza anti-Memorandum, in grado di formare un nuovo governo.

I comunisti del KKE hanno rinunciato sin dall’inizio a sostenerlo e ammesso che tutte le sinistre fossero state d’accordo con Tsipras, non sarebbero andate oltre 97 seggi su 300 e persino coinvolgendo i 41 deputati socialisti non avrebbero ottenuto una maggioranza. Ragion per cui, oggi, stando alla Costituzione, l’incarico spetterà a Evengelos Venezilos, il segretario del Pasok, il partito socialista crollato al 13,3% dal 44% di soli due anni e mezzo fa. Con scarso senso del rispetto dell’etichetta, è stato lo stesso Venezilos ad annunciare l’incarico imminente, che in teoria gli assegnerebbe tre giorni di tempo per formare un governo. Ma secondo alcune indiscrezioni, il segretario socialista dovrebbe rinunciare subito, consapevole dell’impossibilità di mettere in piedi una maggioranza.

L’uomo, che insieme al leader conservatore Antonis Samaras, ci ha messo la faccia in favore delle politiche di austerità imposte dalla UE, ha affermato che per i greci uscire dall’euro significherebbe povertà di massa, con ciò chiudendo a uno scenario di accordo con qualsiasi partito contrario al Memorandum.

E adesso, cosa accade? Pare che il capo dello stato, subito dopo il fallimento annunciato anche di Venezilos, il terzo in soli tre giorni, potrebbe convocare tutti i leader di partito, proponendo loro di accettare la formazione di un governo di unità nazionale. Tuttavia, i numeri non dovrebbero essere sufficienti anche in questo caso, visto che i partiti contrari agli impegni assunti dal premier uscente Lucas Papademos rappresentano i due terzi dei consensi e la maggioranza in Parlamento.

Un governo di unità nazionale potrebbe essere sostenuto solo da conservatori di Nuova Democrazia e Pasok, che insieme contano 149 deputati su 300. Sarebbe un esecutivo di minoranza, che durerebbe quanto un gatto in tangenziale.

Per questo, lo sbocco più immediato saranno nuove elezioni. E sulla base del trend, non ci si può certamente attendere che al prossimo giro la situazione migliori in favore dei partiti tradizionali pro-euro, ma molto probabilmente vi sarà un’affermazione ancora più netta delle formazioni anti-Memorandum.

La crisi politica in cui è precipitata caoticamente la Grecia ha avuto anche ripercussioni piuttosto forti nei rapporti tra Atene e altre cancellerie, Berlino in testa. Tsipras avrebbe voluto incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel, nel tentativo di dare sfogo al suo show personale, alla ricerca di una visibilità insperata fino a pochi giorni fa. Il cancelliere ha risposto che gli incontri si tengono solo con capi di stato e di governo, un pò la stessa e ovvia risposta dell’Eliseo, che fa sapere che il protocollo non consentirebbe di incontrare il capo di un partito.

E così, Tripras ha preso carta e penna e ha scritto a Bruxelles una missiva, in cui ha evidenziato come il voto popolare in Grecia abbia bocciato le misure di austerità europee, chiedendo un cambio di rotta.

L’Europa ha già dato un primo segnale a quanto sta accadendo ad Atene, tagliano di un miliardo gli aiuti della prossima tranche, che rientrano tra i 130 miliardi del piano approvato a febbraio. Anziché inviare 5,2 miliardi, saranno 4,2 i miliardi che gli stati dell’Eurozona rilasceranno alla Grecia, dopo che per ore ieri si era persino ipotizzato un blocco degli aiuti, a causa del caos politico del Paese.

Tutto questo, mentre la Germania sarebbe pronta ad abbandonare Atene al suo destino, visto che ormai è chiaro che non sarà in grado e né vuole restare nell’Eurozona. Da qui, il crollo in borsa ad Atene, con le banche nel mirino degli investitori e valori minimi dal 1992. Da qui, anche la nuova furia anti-BTp, con lo spread decennale che ieri si è allargato fino a 433 punti base, il massimo da gennaio.

Il rischio, infatti, è che non essendoci un governo in grado di approvare le nuove misure di austerità per 11,5 miliardi, come chiede la Troika, il Paese sia costretto a dichiarare il default (incontrollato), dopo che già i creditori privati ci hanno rimesso ben 107 miliardi.

 

 

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