Crosetto (PDL): pagherei per mandare via Nicole Minetti

La provocazione è arrivata ieri alla trasmissione radiofonica “La Zanzara” su Radio 24. E a parlare è stato Guido Crosetto, deputato PDL, molto legato all’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, esponente dell’area liberale del PDL e tra i primi partecipanti alla formazione di Forza Italia nel 1993-’94. Crosetto ha usato parole molte dure contro la consigliera regionale del suo stesso partito in Lombardia, Nicole Minetti, indagata per un presunto giro di sfruttamento della prostituzione, insieme a personaggi come Emilio Fede e Lele Mora. Proprio qualche giorno fa, la Minetti era in tribunale a Milano, per rispondere ai magistrati sul caso Ruby, confermando la sua volontà di restare in politica.

Insomma, Nicole Minetti, che tanto diverte i colleghi del Pirellone con i suoi show abbastanza seducenti e la sua bellezza incontestabile, di lasciare la politica non ne vuole sentir parlare.

E così arriva la proposta provocatoria di Crosetto, che afferma che il PDL perde già voti da solo, ma la Minetti aiuta di certo. E si dice disposto a dare parte del suo stipendio, pur di mandare a casa la consigliera. “Farei a meno di parte del mio stipendio per fare a meno della Minetti”, ha detto l’onorevole non secondario degli azzurri, che ha definito la donna “una mela marcia”. Una provocazione, certo, ma che ha scatenato un dibattito per nulla ironico dentro al partito, dove le voci che chiedono una cacciata immediata dell’imbarazzante presenza si moltiplicano, arrivando anche a prendere in seria considerazione l’idea di pagarle il vitalizio di tasca propria, pur di togliersela dai piedi.

Ci sta Alessandra Mussolini, la quale però vorrebbe che fossero cacciati dal PDL tutti coloro che fanno politica per interesse e non per passione. In ogni caso, ha spiegato ironica la nipote del Duce, bisogna, anzitutto, mandare a casa Monti e per fare questo la pasionaria sarebbe disposta a farsi camminare sul corpo da Crosetto, “che fisicamente non è proprio piccolo”.

Parla del caso anche l’ex vice-presidente della Camera, Giorgia Meloni, la quale ritiene che il problema non debba essere posto solo per la Minetti, ma si tratterebbe più di individuare regole diverse per selezionare la classe dirigente, evitando, ad esempio, le liste bloccate. Non è un caso che la Meloni sia proponente di un disegno di legge di riforma della legge elettorale, che prevede, tra le altre cose, l’eliminazione delle liste bloccate.

Non meno dura è Nunzia Di Girolamo, parlamentare campana del partito, che sostiene che il governatore lombardo, Roberto Formigoni, non avrebbe dovuta candidare la Minetti, ma sostenendo anche che bisognerebbe fare piazza pulita di tutte quelle personalità maschili e femminili, che fanno politica solo perché messi lì da Berlusconi, ma sono solo presenze.

Insomma, da una provocazione è nata una discussione, che alla luce dei risultati disastrosi raggiunti alle ultime amministrative e al netto del sostegno al governo Monti, ha fatto emergere la grande insoddisfazione interna di grosse fette del PDL sul modo in cui il partito viene gestito e su come vengano individuate le candidature.

Il discorso è trasversale alla classica distinzione ex An – ex Fi, ma coinvolge tutti, passando per una riflessione che dovrebbe andare oltre le singole scelte. Perché la Minetti è stata inserita da Formigoni nel famoso listino bloccato, quello che scatta automaticamente all’elezione del governatore e che fa entrare nelle assemblee regionali politici non eletti.

Il problema per un partito come il PDL, e che riguarda sostanzialmente proprio il Parlamento, è che non essendoci alcun radicamento sul territorio ed essendo il partito privo degli organismi e degli appuntamenti tipici per una formazione politica matura (congressi, primarie, etc.), le nomine restano nelle mani di pochissime persone e senza alcuna trasparenza, rendendosi possibile più che in altri partiti l’ingresso di personalità che nulla hanno spesso a che spartire con la politica, se non la pura difesa dell’interesse personale.

Il caso Minetti è solo una spia eclatante e che fa scalpore proprio per gli atteggiamenti della consigliera, che imbarazzano notevolmente tutti i vertici del partito. Tuttavia, il PDL è pieno di Minetti in versione anche maschile dappertutto e quel che è peggio è che non fanno notizia, perché quasi mai appaiono alla pubblica opinione.

Pensare che basti un “sovrano illuminato” per evitare che il partito faccia scelte sbagliate sarebbe riduttivo e autolesionistico. Il PDL dovrebbe annunciare meno novità clamorose e fare più scelte concrete nel senso della democrazia interna.

Non si può dire che il nuovo corso di Alfano sia iniziato esattamente in questa direzione, perché se è vero che sono stati celebrati decine, forse centinaia di congressi, è altrettanto vero che essi si sono tenuti nella logica non della sana competizione interna, ma degli accordi, confermando nei fatti il 100% della vecchia classe dirigente locale. Così non è possibile alcun cambiamento e il partito si sta avvitando su se stesso, smarrendosi. Da qui al 2013, Nicole Minetti rischia di essere il male minore per gli azzurri.

 

 

 

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