Grecia, l’illusione UE sulle elezioni. Uscita da euro inevitabile

L’ultimo sondaggio pubblicato ieri da Real News sulle elezioni politiche in Grecia vede il partito conservatore di Nuova Democrazia in testa con il 23,3%, contro il 22% della sinistra radicale di Syriza. Al terzo posto e in calo ci sarebbe il partito socialista del Pasok, intorno al 15%. Un altro sondaggio darebbe i conservatori con almeno il 25% dei consensi, mentre fino a qualche giorno fa il primo posto era stato assegnato da quasi tutti gli istituti demoscopici a Syriza. In sostanza, vincerebbe di misura il partito più favorevole alle misure di austerità volute dalla UE, anche se non riuscirebbe ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, essendo così costretto a una coalizione con i socialisti. E insieme, stando sempre ai sondaggi, Nuova Democrazia e Pasok riuscirebbero ad avere almeno 151 seggi su 300, grazie alla legge elettorale, che assegna 50 seggi in più al primo partito, come premio di maggioranza.

Al contrario, se anche per un soffio fosse Syriza a farcela, allora avrebbe in Parlamento una maggioranza relativa, che potrebbe diventare assoluta se dovesse trovare l’appoggio di almeno uno dei partiti anti-Memorandum, in primis della Sinistra Democratica di Foutis Kouvelis, accreditato intorno al 6-7% dei consensi.

Per questo non è indifferente chi arrivi primo. Ma siamo poi così sicuri che nel breve termine, ciò abbia tutta questa importanza che noi stranieri assegniamo al voto? In altri termini: pensiamo mica che anche vincendo le forze favorevoli al Memorandum, la Grecia sia davvero in grado di approvare in poche settimane misure di austerità per 11,5 miliardi, come richiesto dalla Troika (UE, BCE e FMI), pari al 5% del suo pil? Abbiamo dimenticato che socialisti e conservatori avevano già una larghissima maggioranza fino a tre settimane fa in Parlamento, ma lo stesso non sono stati in grado di attuare le misure richieste, pressati dalle piazze?

Il punto è tutto qui: molta gente in più, a questa tornata, a differenza del 6 maggio, voterà per i due partiti tradizionali, ossia   Pasok e Nuova Democrazia, perché vedono queste elezioni come una sorta di referendum pro o contro l’euro. E malgrado quasi nessuno sia disposto a nuovi sacrifici per restare nell’Eurozona, tuttavia, c’è molta paura per quello che potrebbe accadere, qualora la Grecia dovesse uscire dall’euro, come dimostrano anche i ritiri di molti risparmi dalle banche greche.

Per rassicurare gli elettori, il leader di Syriza, Alexis Tsipras, ribadisce tutti i giorni che in caso di vittoria Atene resterebbe nell’euro, ma sarebbe rinegoziato il Memorandum. Probabile che queste rassicurazioni non gli saranno sufficienti per conquistare il primo posto. Ma detto questo, nuove misure di austerità tornerebbero ad incontrare il malcontento popolare, di fatto costringendo i due partiti eventualmente al governo a retrocedere, se vorranno evitare un conflitto civile sanguinario.

E’ per questa ragione che non dovremmo gonfiare molto l’importanza di chi avrà più seggi in Parlamento il 17 giugno. Se vincerà Syriza, l’addio della Grecia all’euro sarà un fatto immediato, perché la rinegoziazione del Memorandum non è cosa che vuole nessuno in Europa. Se a vincere fosse Nuova Democrazia, ci illuderemmo per qualche settimana di avere risolto taumaturgicamente il problema. Le borse rifiateranno, come fosse in arrivo una primavera finanziaria, tornerà la fiducia sui nostri titoli di stato, ci saranno commenti entusiastici da parte di tutte le cancellerie. E dopo qualche settimana, punto e a capo. Le borse inizieranno a dubitare sulle reali capacità della nuova maggioranza di approvare le misure, i governi europei martelleranno nuovamente Atene di inviti a fare di più e presto, la piazza esploderà e a quel punto tornerà lo scetticismo e con esso la consapevolezza che la Grecia non potrà che fallire ed uscire dall’euro.

A conti fatti, è come avere un mal di denti, ma si ha paura di andare dal dentista. Cosa fare? Toglierselo subito o attendere per mesi, fino a quando non sarà inevitabile per il dolore lancinante ricorrere alla drastica estrazione? Per la stessa UE sarebbe auspicabile che il Parlamento del 17 giugno sia composto da forze politiche che rappresentino davvero gli umori del Paese riguardo alle misure di austerità. Se avvenisse al contrario, si correrebbe il rischio di essere trascinati per altri mesi in una sorta di tragedia greca ormai ridicola, per poi giungere dove è inevitabile arrivare: al default e all’uscita dall’euro.

Non esistono soluzioni magiche che consentiranno alla Grecia di mantenere fede agli impegni, pur senza fare ulteriori sacrifici. E’ bene che gli elettori lo sappiano e che votino di conseguenza, avendo bene in mente che non si potrà scegliere un partito pro-Memorandum e poi scendere in piazza a scatenare la guerriglia contro di esso.

Il guaio è che potrebbe non accadere questo tra tre settimane, mentre nelle ultime ore divampa la polemica dei partiti (tutti) contro le dichiarazioni del direttore generale dell’FMI, Christine Lagarde, la quale ha espresso il convincimento che tutti i greci dovrebbero aiutarsi, pagando le tasse. Esternazioni che rischiano di portare più acqua al mulino degli euro-scettici e dei contrari al Memorandum. Vedremo. Nel frattempo godiamoci la barzelletta dei sondaggi.

 

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