La Tunisia e il rischio dello stallo istituzionale

La rivoluzione dei gelsomini ha aperto la stagione delle primavere arabe: le proteste dei lavoratori, il martirio del giovane Mohammed Bouazizi hanno ceduto il passo ad una fase costituente dalle belle speranze. Da Bruxelles a Washington si guardava alla “via tunisina” di transizione come ad un modello da replicare, auspicabilmente, anche in Egitto e Libia. A garanzia di questo sono arrivati anche gli aiuti, tantissimi. Per il periodo 2011-2013 la sola Ue ha stanziato ben quattro miliardi di euro in progetti di cooperazione e sviluppo. Oggi tutto questo sembra ormai acqua passata.

Ennahda, il partito islamico a vocazione maggioritaria, è arroccato al potere da ormai due anni, accusato dalle opposizioni laiche di aver portato il Paese sul baratro della guerra civile e del default economico. Gli ultimi mesi si sono conclusi con una spirale di violenze e scontri che hanno portato all’uccisione di due importanti leader politici, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, e alla costituzione di una serie di campi di addestramento dei fondamentalisti nella parte sud del Paese, al confine con la Libia. Gli islamisti hanno lentamente messo mano anche sulla stampa. Il giornalista e sindacalista, Zied el Heni, è stato colpito venerdì scorso da un provvedimento di custodia cautelare per aver accusato la magistratura di aver arrestato illegalmente un suo collega che stava indagando sui rapporti tra i salafiti tunisini e le scuole wahabite saudite. El Heni ha spiegato di esser stato imprigionato grazie ad una legge che era stata cancellata già negli anni novanta.

Un’impasse difficile da superare se non con un passo indietro di Ennahda. Una mediazione, guidata dagli esponenti della società civile tunisina, dai sindacati e dalla confindustria locale, con una road map precisa: convincere Ennahda a costituire un governo di tecnici che scriva la legge elettorale e fissi i termini per le nuove elezioni. Tutto questo non sembra però esser bastato e Ali Laarayedh, leader di Ennahda e attuale primo ministro, non intende cedere e così sono riscoppiate le proteste di piazza e gli scioperi. Beji Caid Essebsi, politico di lungo corso ed ex consigliere del presidente Bourguiba, padre della Tunisia moderna, sintetizza così lo stallo istituzionale, “come i Fratelli Musulmani egiziani, anche Ennahda si dice moderato. Ma come i suoi vicini egiziani, anche i tunisini si trovano nel mezzo di un confronto tra due diverse visioni del ruolo dell’Islam nel governo e della vita di tutti i giorni.

La domanda è sempre la stessa, possono i regimi islamici prosperare in Paesi musulmani con lunghe tradizioni di laicità e tolleranza sociale?. Un tema complesso, che certamente impone un ruolo molto più attivo dell’Europa nella capacità di trasmettere una cornice giuridica che tuteli lo stato di diritto e le regole della convivenza civile. Uno stallo che fa paura quello tunisino, anche perché, al di là dello spettro della convivenza politico-istituzionale tra forze laiche e islamiche, il rischio è quello di uno scenario siriano, la rottura totale di ogni forma di coesione sociale.

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