Ieri, a Roma, Google ha aperto un dibattito sulla digitalizzazione del Made in Italy in collaborazione con Unioncamere: al BigTent ha preso parte anche Eric Schmidt, Executive Chairman della società, con un discorso sulla strategia che le Pmi possono adottare per valorizzare il proprio lavoro, cogliendo le opportunità del web.
La sfida digitale, trasmessa in diretta streming web e televisiva, è stata lanciata come momento di dialogo e confronto con imprenditori, istituzioni e associazioni.
Dall’altro, invece, si sono voluti cogliere commenti e spunti anche dalle voci di Francesco Sacco, economista italiano, protagonista in prima linea per l’attuazione dell’agenda digitale, Nunzia De Girolamo, Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, Andrea Di Benedetto, Presidente del CNA Giovani ed Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola che, a proposito dei due grandi pilastri della digitalizzazione e dell’internazionalizzazione dell’impresa voluti da Google per l’Italia, con la moderazione di Riccardo Luna, hanno risposto portando in luce dati spendibili sull’ecommerce dei prodotti madeinitaly, l’evoluzione del lavoro digitale e della web economy, l’esigenza di nuove figure professionali, e relativi diritti, che la Rete richiede, senza sottovalutare il dialogo politico che apre le strade percorribili operativamente grazie i fondi strutturali in arrivo nel prossimo quinquennio europeo.
Atteso, su tutti, l’intervento di chiusura di Schmidt che, in colloquio con Stefano Micelli, docente di Management all’Università Cà Foscari di Venezia, si è ricollegato agli esempi portati dalle imprese e ai commenti delle istituzioni, affermando che “il sistema economico italiano, seppur penalizzato da un ritardo tecnologico, ha tutte le caratteristiche per risultare vincente su Internet.
Il Made in Italy, fatto di prodotti, di stile di vita, di cultura e di luoghi, è riconosciuto e ricercato all’estero. Inoltre, il modello produttivo italiano è in grado di rispondere ad esigenze di grande qualità e forte personalizzazione, sa sostenere produzioni limitate, si potrebbe definire artigianato industriale. Questo lo rende ideale per avere successo in internet, perché grazie ad internet si possono raggiungere clienti sparsi in tutto il mondo e quello che ne risulta è un grande potenziale per l’export. Così, portare l’economia italiana nel digitale non deve significare snaturare la vostra economia, significa piuttosto utilizzare internet come tecnologia abilitante, come strumento per analizzare i mercati, far conoscere il proprio prodotto e raggiungere i potenziali clienti”.
In sintesi, ciò che emerso su tutto da questo secondo evento di Google a Roma (il primo è stato il 4 luglio) è che il Made in Italy non è abbastanza presente online e non usa ancora sufficientemente la rete per riuscire negli obiettivi di crescita economia che la crisi impone.
Google vuole farlo concretamente, dando un contributo materiale per accompagnare il Made in Italy alla conquista dell’economia digitale attraverso un progetto in tre fasi: facendo conoscere le eccellenze nascoste dell’Italia, diffondendo tra gli imprenditori le competenze digitali e valorizzando i giovani come promotori della transizione al digitale dell’economia italiana.
Sicuramente che aziende come Google decidano di muovere un passo in questo Paese, a beneficio delle pmi, collaborando con università ed istituzioni e favorire una cultura di impresa più matura ed adatta ai nostri tempi, lascia intendere che l’Italia risulta ancora, e nonostante tutto, un’ottimo investimento da fare. Ma, allo stesso tempo, che in alcun modo pmi, università e istituzioni d’Italia siano state fino ad ora capaci di dare risposte all’investitore interessato, mancando sul mercato a causa di offerte insufficienti dal momento in cui è iniziata la crisi del 2008.





