L’elemosina contro vanità e ipocrisia: la missione di Papa Francesco

La “domestica” impresa riformatrice di Papa Francesco continua. Dopo aver bollato come vergognoso per l’Italia e l’Europa quello che sta accadendo a Lampedusa, nella sua omelia settimanale a Santa Marta ha parlato di idolatria e ipocrisia. Contro carrierismo, vanità e ipocrisia il Papa consiglia di fare un po’ di elemosina, perché la cura del prossimo aiuta.

“Gesù consiglia: non guardare le apparenze, ma di andare proprio alla verità e non come fa il fariseo che si scandalizza perché il Maestro non si è lavato come di norma prima di sedersi a tavola.I farisei puliscono l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il loro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Il piatto è piatto, ma quello che è più importante è quello che è dentro il piatto: il pasto, che, se dato in elemosina, tutto sara’ più puro. Quindi, se tu sei vanitoso, se tu sei un carrierista, se tu sei un ambizioso, se tu sei una persona che sempre si vanta di se stesso o cui piace vantarsi, perché ti credi perfetto, fa un po’ di elemosina e quello guarirà la tua ipocrisia”.

Indubbiamente, questi aspetti rappresentano il Weltanschauung della visione religiosa di Papa Francesco. In passato, aveva già definito l’ipocrisia il linguaggio dei corrotti, la negazione del principale lascito della dottrina cristiana: ama il prossimo tuo come ami te stesso.

Ora ha tuonato contro i cristiani idolatri e ipocriti e per farlo ha ricordato la storia di Giona. In una visione, Dio chiede al profeta di andare a Ninive per redimere i peccatori di quella città, ma lui fugge in Spagna. È convinto della sua dottrina, di essere un buon cristiano, che gli altri si arrangino. È la cosiddetta sindrome di Giona, che priva l’Uomo dello zelo necessario per aiutare il prossimo, che ricerca una santità da tintoria: all’esterno belli, puri, ma internamente ipocriti. Una religiosità, che non si sostanzia nelle opere, non è da cristiani, ma da idolatri, perché non si glorifica più Dio, ma il nostro idolo interiore, cioè quello che ha preso il posto di Dio nel nostro cuore.

Francesco sta tracciando un cammino sul quale deve muoversi il cristiano nella sua sfera privata e pubblica, connesse indissolubilmente. Non è, quindi, un caso che il Papa torni spesso a parlare della tragedia di Lampedusa, perché è la rappresentazione tangibile di ciò che accade quando si vive la cristianità in maniera ipocrita. Invece di insistere sul richiamo esplicito alle radici cristiane nella Costituzione comunitaria, sarebbe stato più adeguato realizzare un’idea d’Europa solidale, attenta alle domande dei popoli della miseria. Non servono tanto le parole, servono le realizzazioni; non serve chiamarsi cristiani per poi non agire come tali; serve di più essere cristiani, senza dichiararlo.

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