Quando le feste per bambini diventano l’elogio della ricchezza

Quanti non ricordano con gioia le feste di compleanno da bambini, dove tutto era sorpresa?

La preparazione, quasi sacra, iniziava dal mattino, con l’odore di pan di spagna che invadeva la casa, il candore della panna tra le mani della mamma, le bibite, le patatine, i bicchieri colorati del colore della semplicità. E la scelta del vestito e dei capelli, per arrivare bellissimi al momento più bello, quello del soffio sulle candeline, tra gli amici invitati qualche giorno prima. E i regali? Come dimenticarli: dalle Barbie, vero e proprio must tra le ragazzine, ai libri, a giochi di società o a pistole giocattolo, il momento in cui si strappava via la carta regalo portava con sé la gioia della sorpresa e la tristezza di una festa quasi al termine.

Oggi questo “rituale” è molto cambiato, soprattutto quando i piccoli festeggiati appartengono allo star system: il pan di spagna si trasforma in cupcakes e torte alte quanto adolescenti, i bicchieri colorati lasciano il posto a pezzi di cristalleria, gli inviti arrivano per posta su cartoncini glitterati o coordinati al tema della festa. Il vestito ed i capelli? Diventano problemi irrisolvibili e costosissimi.

Costosi, ad esempio, come la Barbie tempestata di diamanti regalata alla piccola Blue Ivy, primogenita di Beyoncè e Jay-Z, per il suo primo compleanno o il party a tema “farfalle” organizzato per il secondo compleanno di Suri Cruise, figlia appunto di Tom Cruise e Katie Holmes, del valore di centomila dollari. Episodi discutibili nei limiti della libertà di disporre dei propri beni, ma che vanno a rappresentare l’elogio dell’apparenza, il grido dell’ostentazione, le manie di grandezza.

Un vero e proprio bussiness da migliaia di euro, che, tra le altre, ha creato le attualissime figure dei “Birthday Party Planners”, veri e propri professionisti, sbarcati anche in televisione, che mostrano come organizzare feste perfette in ogni dettaglio con budget alla portata di poche, pochissime tasche. Ma si sa, in un momento in cui il lavora bisogna inventarlo, ci si adatta alle esigenze della popolazione, seppur elitaria.

L’imperativo diventa così d’obbligo per questi bimbi, che si trovano, inconsapevolmente, a giocare a fare i grandi. O i ricchi. O i grandi ricchi.

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