Drazen Petrovic, il “Mozart” dei canestri scomparso troppo presto

Il 7 giugno del ’93 in ogni appassionato di pallacanestro qualcosa si è spento per sempre. Su una superstrada tedesca un tragico incidente ci ha portato via uno dei più grandi talenti della storia della palla a spicchi, un ragazzone croato dal sorriso gentile e dalle mani fatate, con le quali riusciva a comporre su un campo da gioco una sinfonia cestistica inimitabile (tanto da meritarsi il soprannome di “Mozart dei canestri“, attribuitogli dal grande cronista sportivo Enrico Campana). Il nome di quel ragazzo era Drazen Petrovic.

La sua stella, nel firmamento del basket, splende di una luce abbagliante, perchè grazie alla classe e alla voglia di non mollare ha vinto tutto ciò che c’era da vincere in Europa e, dopo essere sbarcato in America e aver trascorso stagioni difficili in panchina, ha radicalmente cambiato lo status dei giocatori europei (e in generale non americani) negli Stati Uniti. Oggi vedere un giovane italiano, spagnolo o francese in un quintetto Nba è normale, ma senza un pioniere come Petrovic, capace nei suoi anni migliori di essere seconda miglior guardia dopo Michael Jordan e terzo quintetto Nba (nel ruolo, tra l’altro, più inflazionato di giocatori di talento), forse molti di loro sarebbero rimasti a calcare i parquet del vecchio continente.

Il 22 Ottobre era il giorno del suo compleanno, quest’anno ne avrebbe compiuti 49. Il destino avverso però si è manifestato nel momento migliore della carriera di Drazen, quando finalmente il suo desiderio di affermarsi tra i migliori giocatori dell’Nba si stava per realizzare. Un desiderio il suo che lo aveva portato ad allenarsi per ore in palestra per migliorare i suoi punti deboli, un desiderio difficilmente scindibile da una forma di competitività ossessivo-compulsiva che lo spingeva sin da ragazzo a tirare 500 volte nel canestro del campetto dietro casa prima di andare a scuola e a sfidare continuamente il fratello Alexander (ora famoso allenatore ed ex giocatore di buon livello) più grande di lui.

L’esordio di Drazen Petrovic avvenne, come per tutti i prescelti, molto preso: a 15 anni, con la squadra del Sibenka segnò il suo primo canestro da professionista e vinse, nei tre anni successivi, due Coppe Korac da protagonista. La sua precocità era pari solo alla cattiveria agonistica. Fuori dal campo era un ragazzo tranquillo e educato, ma appena iniziava una partita qualcosa scattava e la componente competitiva si impossessava completamente di lui. Ne sanno qualcosa i poveri Sloveni dell’Olimpia Lubiana, letteralmente seppelliti da 112 (attenzione, non è un errore di battitura, sono davvero 112!) punti nel periodo in cui “Mozart” militava nel Cibona Zagabria.

Anche alcune squadre italiane hanno bene impresse le sue gesta: Dan Peterson ricorda ancora quando, nel 1987, in una partita di Coppa dei Campioni Drazen ne mise 47 in faccia ai suoi ragazzi della Simac Milano (e stiamo parlando di gente come Mike D’Antoni, Russ Schoene, Renzo Bariviera e Vittorio Gallinari), mentre un paio di anni dopo, in una storica finale di Coppa delle Coppe con la Juve Caserta ne mise la bellezza di 62, dando vita a un duello straordinario con Oscar Schmidt (nel video in basso).

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Nando Gentile, pilastro della squadra campana, dichiarò tempo fa a Sportal.it: “Drazen Petrovic era uno dei migliori in Europa, forse il migliore in assoluto. Era un grande professionista, un lavoratore esemplare, tecnicamente fantastico. In campo dominava, sia dal punto di vista tecnico che da quello caratteriale. Giocava in una categoria a parte. Nella notte di Atene segnò da solo 62 punti. La posta in palio era altissima, l’ambiente infuocato e lui commise un solo errore in tutta la partita“.

La voglia di misurarsi con sfide più grandi lo portò, nel 1989, a tentare l’avventura americana. L’Nba in quell’epoca era forse al suo massimo splendore, con fenomeni come Michael Jordan, Isaiah Thomas, Magic Johnson e Larry Bird a spadroneggiare sui parquet a stelle e strisce. Petrovic finisce a Portland, squadra di alto livello che nel ruolo di guardia poteva contare già su gente come Drexler e Terry Porter. La poca considerazione verso gli europei di Coach Adelman (lo stesso che ora basa il suo gioco su Ricky Rubio, play spagnolo dal talento smisurato) lo porta a non schierare il croato, considerato però dagli stessi compagni meritevole di diverso trattamento.

L’unica cosa da fare allora è allenarsi sempre di più, fino a svuotarsi di tutte le forze, per cercare di convincere l’allenatore che si sbaglia. L’unica persona con cui Petrovic riesce a sfogarsi oltre ai familiari è il suo compagno di nazionale Vlade Divac, anch’egli scelgo da una franchigia americana, i Los Angeles Lakers. Nel 90 la nazionale jugoslava, guidata dai due giovani campioni, in una delle ultime competizioni giocate sotto la bandiera unica prima della guerra stravince i mondiali di Argentina, con Drazen che segna 31 punti in faccia agli Stati Uniti di Alonzo Mourning e Kenny Anderson in semifinale. Al termine della finale vinta con l’Urss il conflitto jugoslavo arrivò anche sul parquet: Divac strappò dalla mano di un tifoso una bandiera Croata, buttandola a terra. Da quel momento Petrovic non gli rivolse più la parola, e mentre la guerra incombeva una solida amicizia si spezzava definitivamente.

Di ritorno in America trova un’altra brutta sorpresa: in squadra è arrivato anche Danny Ainge, talentuoso giocatore che va ad infoltire il reparto guardie di Portland. In quel momento il ragazzo di Sebenico decise di cambiare aria e venne mandato ai New Jersey Nets, la peggior squadra della lega, dove però inizia il grande riscatto. Il suo modo maniacale di allenarsi, anche nelle palestre degli alberghi in cui risiedeva durante le trasferte, lo porta a migliorare nella fase difensiva (il punto debole, per sua stessa ammissione) e convince un allenatore importante come BIll Fitch ad accordargli fiducia incondizionata.

Ora tutti iniziano a scoprire chi è davvero Drazen Petrovic. Nella stagione 91/92 chiude con 20 punti di media a partita e la squadra finisce addirittura ai playoff. Poi c’è la parentesi olimpica, forse il vanto più grande della carriera. La sua Croazia finisce seconda, battuta solo da una squadra chiamata “Dream Team”. Nella stagione successiva, forte dello status raggiunto, gioca a livelli celestiali. Un episodio in particolare parla per lui: il giorno prima di una gara con gli Houston Rockets, il suo avversario Vernon Maxwell dichiara alla stampa che non esiste un europeo che possa batterlo. Il giorno dopo in campo riceve il telegramma cestistico di Petrovic: 44 punti.

Finisce ancora una volta fuori al primo turno, poi vola in Europa per una serie di amichevoli con la nazionale. Dopo una partita con la Polonia accadde ciò che nessuno avrebbe voluto. La macchina guidata dalla sua fidanzata Krystina sbatte contro un camion di traverso, Drazen dormiva e non si accorse di nulla. Il vuoto lasciato nel mondo della palla a spicchi è incolmabile, i suoi compagni di nazionale sono sconvolti, svuotati nell’anima.

Oggi è sepolto nel cimitero di Miragoi, a Zagabria. Nonostante la sua assenza abbia pesato tanto, il solco scavato nel periodo americano è stato decisivo per l’affermazione dei giocatori stranieri negli Usa. Ogni ragazzo cinese, italiano o di qualsiasi altro paese del mondo che si allena duramente col sogno di giocare in Nba deve tanto a Drazen Petrovic, l’europeo che col suo personale spartito ha suonato una musica nuova sul parquet, una musica universale, capace di avvicinare le due sponde dell’oceano come mai prima di allora.

Foto: Nba.com