Datagate, in Italia spiate 46 milioni di telefonate

46 milioni di chiamate spiate solo in Italia tra il 10 dicembre 2012 e l’8 gennaio 2013. 124,8 miliardi le intercettazioni a livello mondiale. È quanto emerge dai nuovi documenti visionati dall’avvocato-giornalista Glenn Greenwald in collaborazione con Jacques Follorou del quotidiano francese Le Monde, relativi al Datagate, dai quali si scopre che la National Intelligence Agency, l’agenzia per la sicurezza nazionale statunitense, non sorvegliava solo attività terroristiche ma anche quelle della sfera politica ed economica, con la posta elettronica dell’ex presidente messicano Felipe Calderón Hinojosa sottoposta ad attività di hackeraggio.

Amici e nemici spiati senza apparente distinzione. Non solo l’ex presidente messicano, ma anche Angela Merkel, Dilma Rousseff o l’ex presidente del Venezuela Hugo Chavez, intercettato durante la sua visita a Roma nel maggio 2006 in quello che Gianni Cipriani su Globalist definisce come il primo capitolo del Datagate.

L’operato internazionale dell’Nsa si basa su una serie di documenti legislativi statunitensi, primo fra tutti l’Executive Order presidenziale 12333, che legittima l’Nsa nella raccolta di informazioni su cittadini non americani senza alcuna informazione, o il Foreign Intelligence Surveillance Act (Fisa), che, previa autorizzazione di un giudice, permette la raccolta dei metadati da “carrier” e provider americani.
È grazie a questi documenti che sono finiti nel mirino dell’Agenzia 444.743 liste di contatti di Yahoo, 105.068 da Hotmail, 82.857 da Facebook o le 33.697 da Gmail. Liste che contengono dati sensibili come numeri di telefono o indirizzi.

L’Italia sapeva, almeno fin dal 25 luglio. Così come lo sapevano Francia e Germania. Jan Philipp Albrecht, deputato dei Verdi tedeschi specialista in protezione dei dati, ha dichiarato al Guardian che questi paesi, insieme a Danimarca, Regno Unito, Olanda e Spagna avrebbero firmato un accordo che prevede la fornitura di dati digitali agli Stati Uniti.

Ci sarebbero stati, secondo quanto riferito mercoledì al Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) dal sottosegretario con delega all’intelligence Marco Minniti, almeno tre incontri con i vertici dei servizi americani. L’immobilismo di oggi, letto da alcuni come vera e propria sottovalutazione, è forse figlio di quella “non risposta” dell’allora governo Prodi ai due dirigenti.

Il governo italiano sapeva fin dal 1998, ad esempio, della richiesta dell’intelligence statunitense per utilizzare lo snodo delle comunicazioni di Palermo, il SeaMeWe4, da cui passa il cento per cento delle comunicazioni non satellitari del Nord Africa e Medio Oriente verso l’Occidente, come hanno confermato Vito Gamberale e Gian Mario Rossignolo, all’epoca dei fatti direttore generale e presidente di Telecom Italia, a Claudio Gatti del Sole 24 ore.

Il presidente del Comitato parlamentare, il leghista Giacomo Stucchi, e Claudio Fava di Sel, hanno dichiarato di aver avuto conferme dalla stessa Nsa che “nessuno in Italia, né l’autorità politica né la nostra intelligence, era stato messo al corrente di quello che la Nsa stava facendo“.

Questo significa che la Nsa ha confermato al comitato d’intelligence italiano che “Telefonate, sms, e-mail tra Italia e Stati Uniti, in entrata e in uscita, sono oggetto di un programma di sorveglianza elettronica del governo Usa regolato esclusivamente dalle leggi federali, che, per quanto i nostri interlocutori ci hanno ribadito, sono la sola bussola che governa questo tipo di attività di spionaggio“, come ha spiegato Fabio Chiusi in un’intervista a Vice.com.

In superficie colpisce che per protesta la signora Rousseff abbia cancellato una visita di stato in America“, scriveva pochi giorni fa Mario Platero sul Sole24Ore, “ma è il quel che succede dietro le quinte che ci si deve focalizzare“, anche alla luce del fatto che “i progetti dell’Nsa, dicono fonti bene informate, non sono che la punta dell’iceberg dei progetti informatici segreti a cui lavora il Pentagono“.

Intanto negli Stati Uniti è partita la campagna “StopWatching.Us, nata a giugno dall’incontro di oltre cento organizzazioni per chiedere trasparenza su programmi e metodi dell’Agenzia. Il video della campagna vede coinvolti attori, registi impegnati come Oliver Stone e whistleblowers come Daniel Ellsberg, l’uomo che consegnò i “Pentagon Papers” al New York Times.

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