L’India non firma il documento ONU contro le “spose bambine”

Il matrimonio, inteso anche come atto non giuridico, è l’esplicazione dell’atto di amore inteso come libera scelta ed unione, come il conseguimento della felicità e della condivisione fra due persone.
Tradizioni e usanze variano correlativamente al Paese in cui si vive, ma alcune di queste si manifestano come portatrici non di usi e costumi positivi ma di vere e proprie ingiustizie nei confronti della dignità umana.

Le donne qualificate come oggetto di scambio/merce sono troppo spesso le protagoniste di spiacevoli vicende che non hanno confini geografici ma che in certe zone del mondo assumono delle tinte cupe e sconvolgenti.
Ogni giorno infatti sono molti i casi, di cui non siamo a conoscenza, che vedono le “spose bambine” oggetto di stupro, violenza e assassinio.

Il mese scorso Rawan, sposa di 8 anni di un consorte che ne aveva 40, morì dissanguata per ferite interne dopo la prima notte di nozze. Vicenda che fu smentita dal governo ma confermata dal giornalista yemenita freelance, Mohammad Radman, che insistette sulla veridicità della notizia e sull’attendibilità delle sue fonti.
Il caso di Rawan, emblematico e recente, porta nuovamente alla luce la drammatica usanza delle “spose bambine” in India, sopratutto nelle aree tribali e fra le famiglie più povere che talvolta si trovano a vendere le proprie figlie.

I matrimoni precoci contravvengono la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Secondo le statistiche UNICEF i tassi più elevati di diffusione dei matrimoni precoci si registrano nell’Asia meridionale (46%) e nell’Africa subsahariana, non a caso le medesime regioni del globo in cui sono massimamente diffusi altri fenomeni, come la malnutrizione, la mortalità materna e infantile. Sposarsi in età precoce, si legge nelle ricerche UNICEF, comporta una serie di conseguenze negative per la salute e lo sviluppo. Al matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l’abbandono scolastico e una gravidanza altrettanto precoce e dunque pericolosa sia per la neo-mamma che per il suo bambino. Le gravidanze precoci provocano ogni anno 70.000 morti fra le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni e costituiscono una quota rilevante della mortalità materna complessiva. A sua volta, un bambino che nasce da una madre minorenne ha il 60% delle probabilità in più di morire in età neonatale rispetto a un bambino che nasce da una donna di età superiore a 19 anni. E anche quando sopravvive, sono molto più alte le possibilità che debba soffrire di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici.
(fonte Unicef)

L’Unicefcontrasta il fenomeno dei matrimoni precoci favorendo l’accesso all’istruzione primaria per tutte le bambine, assistendo i governi dei Paesi in via di sviluppo nell’elaborazione di norme più rispettose dei diritti delle bambine e delle donne, con un lavoro di sensibilizzazione delle comunità locali.

La notizia “allarmante” è quella pervenuta il 13 Ottobre scorso, dove si è appresa la volontà da parte del governo indiano di non voler firmare la risoluzione ONU contro il fenomeno delle “spose bambine”.
Uno dei portavoce della delegazione indiana alle Nazioni Unite al quotidiano indiano Hindustan Times, ha dichiarato che lo Stato avrebbe già delle leggi «contro la pratica delle spose bambine e i matrimoni forzati».
Ma è da sottolineare che nonostante sia presente e applicato il “Prohibition of Child Marriage Act” del 2006 che prevede delle pene tanto per chi sposa un minore, tanto per chi ne permette il matrimonio, l’India resta il Paese che registra ancora il più alto numero di matrimoni precoci, circa il 40% del totale mondiale.

La risoluzione dell’ONU, è stata appoggiata da oltre 107 Stati membri, tra i quali possiamo annoverare anche l’Etiopia e lo Yemen, dove le nozze tra minori sono legali.

Lakshmi Sundaram, la coordinatrice mondiale di “Girls Not Brides“, ha commentato il rifiuto di adesione al documento ONU da parte di India e Bangladesh così: «Una battuta d’arresto a livello mondiale […] Il matrimonio precoce è una malattia sociale tra i paesi dell’Asia meridionale. Tuttavia, il Nepal è probabilmente l’unico paese che ha firmato la risoluzione».

Una svolta nelle idee e nei comportamenti a livello locale potrebbe essere l’unico strumento di mutamento concreto di questa atroce realtà, ma sta di fatto che quasi la totalità dei governi del subcontinente indiano non sembra voglia particolarmente incoraggiare questo atto di “cambiamento” per il bene delle bambine, donne di domani.

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