La portaerei Cavour in Africa per vendere armi

È considerata un “gioiello di ingegneria navale, eccellenza che tutta l’Europa ci invidia“. Da oggi e per i prossimi cinque mesi la portaerei Cavour sarà invece la punta di diamante del nostro mercato bellico, ormai sempre più strategico nel sistema economico italiano.

La portaerei partirà nel primo pomeriggio di oggi da Civitavecchia per un vero e proprio tour commerciale che toccherà tredici paesi tra Africa e Golfo Persico e si concluderà con il rientro a Taranto il 7 aprile 2014. Tra le attività da realizzare, come si legge nel comunicato stampa emesso dalla Marina militare “assistenza umanitaria nei confronti delle popolazioni, promozione delle eccellenze imprenditoriali italiane, sicurezza marittima attraverso operazioni di antipirateria e protezione del traffico mercantile nazionale, sostegno alle Marine dei paesi rivieraschi, in funzione di cooperazione, sviluppo e modernizzazione e supporto alla politica estera nazionale“.

A destare polemiche – e le interrogazioni parlamentari di Sel ed M5S – quella “promozione delle eccellenze imprenditoriali italiane“. Tra queste, infatti, sono previste le principali aziende dell’industria militare e di produzione di sistemi d’arma (società come Agusta Westmoreland, MBDA, Oto Melara, Gruppo Beretta), tanto da far pensare che gli aspetti di “assistenza umanitaria” non siano altro che una giustificazione per permettere a tali società di utilizzare denaro pubblico – 7 dei 20 milioni dell’intera operazione saranno a carico del contribuente – per la propria attività di commercio con l’estero. A maggior ragione se si considera che circa due terzi dei finanziamenti arrivano proprio da quelle società, non esattamente contributi a fondo perduto.

È stato il patto per poter fare l’operazione. Io chiedo il vostro sostegno ma noi vogliamo fare un’operazione di politica estera“, ha commentato l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, evidenziando come tutte le richieste di informazione siano frutto di una “disinformazione che viene condotta, a mio avviso, con grande malafede“.

Una “politica estera” che tiene evidentemente in maggior conto gli aspetti commerciali di quelli umanitari, dato che tra le soste della Cavour sono previsti anche paesi “senza una democrazia parlamentare o caratterizzati da regimi autoritari, e in alcuni di questi sono in corso conflitti armati“, nel solco di una ormai consolidata politica di amicizia come avvenuto – e avviene – con i regimi di Gheddafi o di Isaias Afewerki.

La vendita di armi a questo tipo di paesi è, peraltro, una palese violazione del Trattato dell’Onu sulle armi – peraltro ratificato dall’Italia due mesi fa – nel quale si fa divieto di vendere a Paesi che violino i diritti umani. “C’è dunque una contraddizione rispetto alle leggi, ma anche un vulnus di carattere etico sul ruolo che l’Italia è chiamata ad avere“, denuncia il deputato di Sel Giulio Marcon e tra gli ideatori della campagna Sbilanciamoci!.

Tra le voci critiche spicca, inoltre, quella di Fabio Mini, ex capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa che ha definito “inutile” la portaerei, che assorbe dalle casse dello stato non meno di 200.000 euro al giorno.

Del ruolo dell’Italia e di quello che è stato definito il “Made in Italy for war” è stato chiamato a rispondere il ministro della Difesa Mario Mauro, che dovrà “assumersi la responsabilità di fronte al Parlamento e al Paese di una scelta insolita, assai discutibile, certamente non tra le consuetudini della nostra marina militare, mai esposta a un simile ruolo“, come ha espresso il capogruppo del Partito Democratico in Commissione difesa Gian Piero Scanu.

In tempi di tagli alla spesa pubblica, il rischio che si corre – anche alla luce di quei 6,8 miliardi per il rinnovo della flotta navale – è quello di sostituire il welfare state con un vero e proprio sistema di “warfare state“.

[foto: fattoquotidiano.it]

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