Matteo Renzi vara la sua prima mini-rivoluzione

Segreteria rosa per il nuovo segretario del Pd, Matteo Renzi. Tre priorità per il premier Enrico Letta: Legge elettorale, lavoro-economia e nuova idea di Europa. Avvertimento ai gruppi parlamentari: “Se non dovessero rispondere della nuova linea del partito, non tradirebbero me, ma i quasi 3 milioni di votanti alle primarie”. Una “rivoluzione” in meno di 24 ore già visibile a parole e che ora si attende alla prova dei fatti. Se reggerà l’urto dell’ancien regime che, comunque, tenterà di parare le picconate di Cossighiana memoria, messe in atto dal numero uno democratico.

Una prima giornata da segretario ricca di incontri e di significati. E, del resto, non poteva essere altrimenti. Passata la sbornia da numero di votanti e di percentuale plebiscitaria, Renzi – incerottato alla mano sinistra – chissà forse un tappo di spumante birichino –, ha lasciato la sua Firenze per calare su Roma. Prima un incontro con il traghettatore Guglielmo Epifani al quale ha partecipato anche lo sconfitto Gianni Cuperlo, poi la presentazione ufficiale della nuova segreteria. Novità in termini di composizione, più donne che uomini sette a cinque, e di anagrafe, con un’età media di 35 anni: Luca Lotti (coordinatore della segreteria); Stefano Bonaccini (enti locali); Filippo Taddei (responsabile economico); Davide Faraone (welfare e scuola); Francesco Nicodemo (comunicazione); Maria Elena Boschi (riforme istituzionali); Marianna Madia (lavoro); Federica Mogherini (Europa); Debora Serracchiani (infrastrutture); Chiara Braga (ambiente); Alessia Morani (giustizia); Pina Picierno (legalità e sud); Lorenzo Guerini (portavoce della segreteria). “A loro chiedo una mano per far funzionare la vita quotidiana del Partito”, le parole di Renzi.

Prima di abbandonare la sede capitolina del Pd, in direzione di Palazzo Chigi per incontrare il Premier Enrico Letta, Renzi ha precisato che il ritiro della fiducia “non è un tema all’ordine del giorno. Il punto non è far cadere il Governo, ma farlo lavorare affinché l’Esecutivo ottenga i risultati e dia risposte”. Tre le priorità sulle quali si misureranno queste intenzioni, una sorta di banco di prova: Legge elettorale, lavoro-economia e nuova idea di Europa. Concetti ribaditi nel colloquio con il Presidente del Consiglio. Insomma Renzi ci ha tenuto a fornire una sorta di promemoria al premier sul quale riflettere nel suo viaggio verso Johannesburg ed in vista del discorso che Letta farà alla Camera e al Senato mercoledì per ottenere una nuova fiducia, all’indomani dell’uscita di Forza Italia dal Governo delle larghe intese. “Per il Pd la riforma elettorale è una priorità, il punto è sistemare i problemi del paese e per noi il percorso è uscire dalla logica del rinvio e fare le cose che servono”, parole chiare ed inequivocabili da parte di Renzi.

Una delle difficoltà del neo eletto segretario – la sua nomina sarà ratificata ufficialmente domenica nell’assemblea del partito – è quella relativa al fatto di non essere, oggi, un parlamentare, quindi con un difficile contatto con i gruppi di Camera e Senato. Renzi non gira attorno al problema. Anzi, lancia un avvertimento che profuma tanto di messa in mora degli stessi Parlamentari. “Se non dovessero rispondere della nuova linea del partito, non tradirebbero me, ma i quasi 3 milioni di votanti alle Primarie. Ma non temo alcun braccio di ferro con i gruppi parlamentari. Non sono preoccupato che ci siano tensioni: questi hanno il dovere di discutere e dialogare con il partito”. Uomini avvisati, mezzi salvati, insomma. O, più prosaicamente, attenzione, con il suffragio popolare ottenuto, coloro che siedono oggi in Parlamento dovrebbero tenere ben presente che la compilazione delle liste per le elezioni – politiche, europee, regionali e comunali – spetterà a Renzi e alla sua squadra. Un’arma importante per chi abbia ancora velleità politiche nel prossimo futuro.

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