Draft Nba: una scienza non proprio esatta

Draft Nba, parole sconosciute ai non appassionati, speranze e sogni dei tifosi delle squadre del basket americano. La massima rappresentazione di azzardo sportivo che vede coinvolti i Gm nella pesca dei talenti più promettenti: scommesse, valutazioni particolari, decisioni rivedibili, il pentimento sempre dietro l’angolo perché l’errore si paga a caro prezzo.

Prima di varcare il confine dell’assurdo, spieghiamo cosa sia il draft: un elaborato sistema di ripartizione delle scelte, affidato ad una vera e propria lotteria a cui le squadre partecipano con la speranza di aggiudicarsi le primissime chiamate, al fine di poter scegliere la pietra angolare su cui costruire le proprie fortune cestistiche. Più è alto il numero delle sconfitte, maggiori sono le possibilità di ottenere la pole position per la scelta del prospetto più interessante: in un sistema legato alla sorte, tuttavia, la certezza di una posizione di prim’ordine è pura utopia e l’ultima della classe non sempre viene premiata.

Nel paese delle grandi opportunità è stato elaborato un simile meccanismo per garantire equilibrio al campionato e offrire anche a compagini perdenti, la chance di tornare competitive. Naturalmente non mancano i tentativi audaci di sedurre la dea bendata, con dirigenze che valutano con attenzione quali siano le possibilità migliori, rendendosi artefici di quello che viene definito tanking, una forma mal celata di “perdere e perderemo”, studiata e voluta per cogliere al volo l’occasione di ricostruire.

Negli ultimi 15 anni sono state tante le scelte bizzarre: errori di valutazione e casi di vera e propria sfortuna si sono abbattuti sulle compagini vincitrici della terribile lotteria. Nel 1998 i Clippers scelsero con la prima chiamata Olowokandi, rinunciando a Paul Pierce, Dirk Nowitzki e Vince Carter, guappi di cartone rispetto al centro nigeriano, ritenuto la peggior scelta assoluta degli anni 90; nel 2001 Kwame Brown venne chiamato come numero 1 assoluto dai Wizards, preferito tra gli altri a Tony Parker e Pau Gasol: il franco-belga e il catalano hanno accumulato titoli e anelli Nba, il povero Kwame chili in eccesso e tanta frustrazione.

Bogut nel 2005 e Oden nel 2007 non sono stati colpi da maestro, ma i tanti infortuni subiti dai due centri hanno lenito in parte la delusione: per il povero Greg Oden, arrivato in Nba con la nomea di nuovo Bill Russell, una serie infinita di guai alle ginocchia ha sostanzialmente posto la parola fine ad una carriera mai realmente iniziata con appena 82 partite disputate in 5 stagioni. Attualmente accasatosi a Miami, spera di poter avere un’ulteriore occasione per poter dimostrare il suo talento.

Quest’anno il Draft Nba ha visto Bennett prima scelta per Cleveland: un impatto non proprio devastante nella franchigia dell’Ohio, una sensazione perenne di persona sbagliata nel posto sbagliato e c’è già chi si è speso per definire l’ala canadese come la peggior prima chiamata di sempre, con 2 punti e 2 rimbalzi di media a partita in questo avvio di stagione. Troppo presto per dare giudizi definitivi ma il confronto con Carter-Williams dei Sixers e Oladipo dei Magic tiene sempre banco.

Non può esistere aneddoto sul Draft Nba senza che sia menzionato il capolavoro di Portland. Anno di grazia, 1984: i Blazers ottengono la seconda chiamata assoluta da Indiana , con Houston avente diritto alla prima chiamata. È tutto fatto, uno dei draft più prolifici di sempre, la grande occasione di aggiudicarsi un campione: i Rockets chiamano Hakeem “the dream” Olajuwon, per Portland c’è l’imbarazzo della scelta e, con la loro chiamata, si aggiudicano il grandissimo Sam Bowie, fenomenale giocatore collegiale da Kentucky, forse il massimo esempio di giocatore entrato nella storia del basket dalla porta sbagliata. Perché? Dopo di lui vennero scelti tra i tanti Charles Barkley, John Stockton e con la terza scelta assoluta, una discreta guardia proveniente dai Tar Heels di North Carolina, all’anagrafe Micheal Jeffrey Jordan. Il resto è storia.

[foto: sports.terra.com]

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