Emancipazione, rinascita e follie: il miracolo del Raja Casablanca

Iajour, Moutaouali, Madibe. Alzi la mano chi, prima della sorprendente affermazione di ieri, ha mai letto questi nomi. Sono i tre eroi che hanno fatto esultare il Marocco e piangere Ronaldinho. Nella finale del Mondiale per Club di sabato contro il super Bayern di Guardiola non ci sarà l’Atletico Mineiro bensì proprio la formazione padrone di casa, già capace di sorprendere nell’ordine in questa competizione i neozelandesi dell’Auckland e i messicani del Monterrey. E’ la seconda volta che una squadra africana approda fra le prime due del Mondo, impresa riuscita prima solo nel 2010 al Mazembe, nell’anno della plurititulata Inter.

Ma andiamo con ordine. Cos’è il Raja Casablanca? Una squadra fondata nel 1949 dai nazionalisti marocchini della classe operaia come schiaffo al dominio francese. Una storia di identità ed emancipazione, lunga sessant’anni, decollata tardi e rinata, nel giro di dodici mesi, con l’avvento presidenziale di Mohamed Boudrika, il boss del rilancio. Con lui la Casablanca torna a puntare al titolo ed è subito doppietta. Prima la coppa nazionale, poi il campionato (il decimo della propria storia), quello più importante, che consegna il pass per il prima edizione del Mondiale in terra magrebina.

Raja come Real (la traduzione dall’arabo), ma anche come speranza. Non è un caso se tra i colori sociali della squadra, dall’età media estremamente bassa, ci sia proprio il verde. Veloci, frizzanti, a tratti spietati come schegge impazzite, ieri, i ragazzi allenati da Faouzi Benzarti (tunisino di 63 anni giunto finalmente all’apice della carriera dopo due nazionali allenate) hanno attentato alla difesa brasiliana, schierandosi con un 4-3-3 all’olandese e prendendosi gioco dei giganti avversari con verticalizzazioni fulminee. Dopo il primo gol, Mouhssine Iajour, di ruolo attaccante, ha baciato il suolo. Successivamente ha innescato di nuovo il turbo, costringendo Rever alla resa e al rigore del sorpasso, trasformato con freddezza dal ventisettenne capitano Moutaouali, un idolo dalla sue parti, nato e cresciuto calcisticamente proprio a Casablanca. Un po’ come se ieri avessero segnato Totti o De Rossi in una finale di Champions a Roma.

Emozioni forti, traguardi, che non hanno scalfito comunque l’umiltà degli eroi di Marrakech che ieri, a fine gara, hanno circondato Ronaldinho strappandogli una scarpa come dono-ricordo. Immagini che tanto, praticamente tutto, hanno così raccontato di una cultura gioviale, arrivata all’appuntamento con la storia in una serata di dicembre indimenticabile.

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