Djordjevic, un nuovo leader per la giovane Serbia

Un campione assoluto sul campo, personaggio dal carisma innato, chiamato a guidare la propria nazionale nell’attesissimo mondiale di basket spagnolo del 2014: questa è la storia di Aleksandar Djordjevic, per tutti Sasha, nominato nuovo allenatore della Serbia. La notizia è fresca; i ricordi tanti e indelebili.

Una carriera da allenatore ancora tutta da scrivere: parentesi poco fortunate a Milano e Treviso, ma la feroce determinazione sempre viva di chi conosca quanto sia inebriante l’aria della vetta, il sapore della vittoria, con la perfetta coscienza che una simile occasione non potesse andare perduta. Lui, Sasha, che il titolo mondiale l’ha vinto da giocatore nel 1998 con l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia, insieme a giocatori del calibro di Bodiroga e Rebrača.

Nomi che hanno impresso la loro firma nella storia del basket: una generazione d’oro capace di dominare il mondo cestistico, arrivando a traguardi inaspettati sia sotto il profilo sportivo che storico, unendo nella gloria di una vittoria popoli dilaniati da lotte fratricide e voglia di indipendenza. Di quella che fu la storica nazionale jugoslava sono rimasti solo la leggenda di giocatori irripetibili, Djordjevic compreso, e gli innumerevoli titoli conquistati.

L’ultimo passo politico, con la separazione dal Montenegro nel 2006, ha creato un nuovo stato, la Serbia, con una propria selezione cestistica. Prima apparizione ufficiale agli Europei del 2007: da allora la nazionale serba è diventata una delle più temute nel panorama cestistico mondiale. Giovani talenti capaci di ritagliarsi spazi importanti nelle varie competizioni, giungendo all’argento nella rassegna continentale del 2009 sotto la mano del “Maestro” Ivkovic, colui che ha ceduto il pino a Sasha Djordjevic.

Un cambio generazionale e tecnico totale: Ivkovic, allenatore vecchia scuola, tra i più titolati a livello mondiale, che ha vissuto sulla panchina della nazionale i vari passaggi storici e politici del paese, insegnando basket a giocatori del calibro di Divac, Petrovic, Danilovic, con durezza e intensità palesate in ogni singola circostanza. Sfuriate ad ogni interruzione del gioco, un rapporto particolare con i propri giocatori, combattuti tra la frustrazione per i richiami e la massima ammirazione per un uomo capace di farsi rispettare anche dalla nuova leva di futuri campioni.

Djordjevic appare invece come un possibile fratello maggiore, con la perfetta consapevolezza di doversi guadagnare il rispetto dei propri uomini per ottenere da loro il massimo. L’ex giocatore che diventa allenatore è una storia consueta, ma quello di Sasha è un caso a se stante: una stella di valore assoluto, capace anche di coniare, come accade solo ai più grandi, un movimento tipico, tutt’ora utilizzato e copiato, emblema di astuzia e sagacia sul campo.

Il lavoro maniacale di Ivkovic, con la squadra perennemente sotto controllo, opposte alla creatività di Djordjevic, che ha fatto proprio, da giocatore, il concetto del sorprendere per essere efficace. Non sarà un compito facile per quest’ultimo: tanto il talento a disposizione da gestire, pesante il fardello lasciato dal glorioso predecessore, allenatore esperto e unanimemente stimato. Faccia tosta e caparbietà non sono mai mancate e Sasha si affaccia a questa nuova avventura con la giuste dose di ottimismo. L’inesperienza è un dato non confutabile: le capacità di adattamento e comprensione della situazione altrettanto.

La qualificazione al Mondiale è arrivata con l’ultimo posto disponibile, battendo l’Italia negli spareggi dell’Europeo in Slovenia. Le tante assenze, su tutte Teodosic, hanno pesato enormemente sul roster della squadra serba: i tanti alti e bassi mostrati in campo sembravano aver messo a rischio il traguardo minimo. L’obiettivo è stato raggiunto, seppur con qualche patema d’animo di troppo, e ora ci si attende la grande prestazione: se il progetto dovesse funzionare, la Serbia di Djordjevic potrebbe rivelarsi outsider di grandissima levatura, in onore dei vecchi tempi.

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