Democrazia rappresentativa, gli Italiani non ci credono più

Un Paese attraversato da una crisi profonda che, nonostante tutto, ancora non si piega. È questa la fotografia dell’Italia che emerge dalla XVI indagine di Demos per Repubblica dedicata al “rapporto fra gli Italiani e lo Stato”.

Il primo aspetto che viene prepotentemente alla luce è la frattura, ormai diventata voragine, tra cittadini e politica. Governo centrale, Regioni, Comuni: rispetto a un anno fa tutti hanno perso credito, compreso il Presidente della Repubblica (meno sei punti). Sfiducia pressoché totale nei partiti e nel Parlamento (sotto il 10%), a testimoniare una democrazia rappresentativa gravemente malata, secondo molti (il 30%) non più indispensabile.

Crolla il gradimento verso l’Europa, vista come un nemico pericoloso da cui difendersi piuttosto che come una risorsa su cui fare affidamento. Nello sconforto generale due sono i punti fermi: Chiesa e Forze dell’ordine. La prima, rivitalizzata da Papa Francesco, sta muovendo passi importanti all’insegna della sobrietà e del rinnovamento. Nel secondo caso, invece, determinante risulta il bisogno di sicurezza e vicinanza quotidiana al quale, nonostante le difficoltà del momento, poliziotti e carabinieri sembrano riuscire a rispondere.

Per gli Italiani la priorità è una sola: abbassare le tasse. La pressione fiscale è ritenuta oggi insostenibile dal 70% della popolazione. Più della metà pensa che sia inutile fare progetti per il futuro. Tanta precarietà, nessuna certezza. Si vive alla giornata, puntando al massimo ad arrivare alla fine del mese.

Il bilancio del 2013 è nero sotto ogni profilo: economia, lavoro, fisco, politica, reddito delle famiglie, credibilità internazionale del Paese. Dominano rabbia, frustrazione e pessimismo. Sei su dieci sono convinti che la crisi durerà almeno altri due anni. Tutto è diventato difficile. Anche sperare.

Eppure c’è un’Italia che non si rassegna. Cinque su dieci dichiarano di aver preso parte nell’anno che si sta per concludere a manifestazioni politiche di vario genere. Sei affermano di essere stati coinvolti in attività di partecipazione sociale. La scossa pare arrivare dai più giovani (15-24 anni), che mostrano un coinvolgimento molto ampio (36%) nelle manifestazioni di protesta e nelle campagne di mobilitazione sul Web. Tre su quattro, poi, si dicono d’accordo con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Gli Italiani vogliono avere la possibilità di decidere in prima persona, senza più dover delegare questo compito ad altri.

La società, dunque, si muove, prova a reagire all’impasse di una classe dirigente che resta chiusa nei palazzi invece di scendere in strada e confrontarsi con i problemi della gente. Si rafforza il legame tra le persone comuni, unite contro quelli che sono considerati oggi lontani e quasi ostili: gli attori e le istituzioni della democrazia rappresentativa. Resta, latente e forse per molti versi inconsapevole, una forte domanda di politica alla quale bisognerà rispondere al più presto. Perché il baratro è lì, a un passo. Sta a noi, e ai nostri politici, evitare di finirci dentro.

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