Marsha P. Johnson e la battaglia per i diritti della comunità LGBTQI+
Marsha P. Johnson e la battaglia per i diritti della comunità LGBTQI+

Marsha P. Johnson e la battaglia per i diritti della comunità LGBTQI+

C’è Marsha P. Johnson, nel doodle di Google. Il motore di ricerca celebra la nota attivista e pioniera nella battaglia per i diritti della comunità LGBTQI+.

Marsha P. Johnson è oggi la protagonista del disegno presente sulla pagina di ricerca principale di Google. Si tratta di un personaggio centrale nella storia della comunità, della cultura e dell’orgoglio lesbo, gay, bisessuale e transgender. Proprio il 30 giugno di un anno fa, durante la NYC Pride March, gli organizzatori conferirono a Marsha P. Johnson il titolo postumo di grand marshal dell’evento. Non era una marcia qualsiasi: ricorreva proprio nel 2019 il cinquantenario dei moti di Stonewall.

Marsha P. Johnson, nata Malcolm Michaels Jr. nel 1945, è ritenuta una delle figure chiave per i movimenti per i diritti della comunità LGBTQI+. La sua fama è legata indissolubilmente alla notte del 27 giugno 1969. Lei, che viveva a New York già da sei anni, era da tempo una delle più note drag queen del Greenwich Village, storico quartiere gay e lesbo di NY. Si trovava all’interno del locale Stonewall Inn, ritrovo abituale della comunità LGBTQI+, quando la polizia fece irruzione.

Seguirono giorni e notti di scontri con gli agenti, proteste e manifestazioni davanti al bar, e Marsha P. Johnson fu uno dei personaggi più attivi e impegnati. All’epoca l’omosessualità era vista come una devianza oltre che un’attività illegale in molti paesi. Le rivolte dello Stonewall sono simbolicamente indicate oggi come il momento della nascita dell’orgoglio LGBTQI+.

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Cosa significa LGBTQI+

Marsha P. Johnson
(Getty Images)

LGBTQI+ è la sigla che definisce molteplici identità di genere e orientamenti sessuali tra i non eterosessuali. Le prime lettere stanno per “lesbiche”, “gay”, “bisessuali” e “transgender”. La “Q” sta per “queer”, che letteralmente significa “eccentrico” e storicamente indica la parte della comunità che si oppone al binarismo come unica strada per definire gli orientamenti sessuali.

La “I” sta per “intersessuali”, un termine che di per sé indica soltanto una condizione fisica e delle caratteristiche biologiche diverse da quelle ascrivibili o a maschi o a femmine. Oggi sono riconosciute dalla comunità scientifica, all’interno della sfera dell’intersessualità, almeno 40 variazioni possibili rispetto alle caratteristiche biologiche convenzionali.

Il segno “+” è stato infine aggiunto negli ultimi anni come risposta per gli esponenti della comunità che chiedevano l’inclusione di nuove lettere. Dovrebbero pertanto rientrare in questo ulteriore sottoinsieme anche gli “asessuali” (chi non prova attrazione sessuale per alcun genere) o i “pansessuali” (chi è attratto da persone di tutti i generi).

Marsha P. Johnson, il mistero sulla sua morte

Marsha P. Johnson
Un poster dedicato a Marsha P. Johnson, durante il Pride a New York il 30 maggio 2019 (Getty Images)

All’inizio degli anni Settanta Marsha P. Johnson fondò un movimento insieme a un’altra attivista e continuò la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti delle persone transessuali. Nel suo caso alle discriminazioni per la sua identità di genere si aggiungevano quelle per il colore della sua pelle.

In quegli anni Johnson subì anche occasionali discriminazioni all’interno della comunità omosessuale, che temeva la reputazione delle drag queen ritenendola un elemento destabilizzante per la battaglia per i diritti. In seguito Johnson, che per vivere si prostituì per molti anni della sua vita, ebbe numerosi problemi di salute. Pur essendo ricordata come una persona generosa e cordiale era a volte preda di attacchi di rabbia e aggressività.

Il suo corpo senza vita fu trovato tra le acque del fiume Hudson nel 1992, pochi giorni dopo il Pride di quell’anno. Una sua amica, Randy Wicker, raccontò di averla vista scontrarsi con un uomo che poi si vantò di aver ucciso una drag queen chiamata Marsha. La polizia non avviò alcuna indagine per vent’anni, archiviando la morte di Marsha P. Johnson come un suicidio. Nel 2012 l’attivista Mariah Lopez convinse il dipartimento a riaprire il caso e considerare l’ipotesi di omicidio.