La “primavera araba” la paghiamo noi

Il vertice del G8 in Francia a Deauville è stata l’occasione per fare il punto sulle tante questioni aperte, a livello internazionale. Si è discusso della successione a Strauss-Kahn a direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, con la francese Christine Lagarde in “pole position”; di lotta al terrorismo e del caso Pakistan; della guerra in Libia e degli scontri in altri stati come la Siria. Insomma, gli argomenti sul piatto del vertice non sono affatto mancati. E così, questo è il primo G8 che si trova ad affrontare gli sconvolgimenti del mondo arabo, con un Nordafrica senza ben Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto. Dittatori, certo; ma anche capi di stato in grado di rappresentare un punto di riferimento importante, per assicurare moderazione ed equilibrio in Paesi-chiave del Nordafrica. E mentre il vertice prosegue, in Siria sono in corso manifestazioni contro il regime di Assad, il quale ha già provocato la morte di oltre 400 morti, solo nelle ultime quattro settimane. Scontri fortissimi anche nello Yemen, dove il presidente Saleh non vuole mollare il potere, dopo 32 anni di regime, e sta accerchiando in queste ore gli edifici, in cui si trovano migliaia di sostenitori di Sadek, il capo di una potente tribù della capitale Sana’a.

Proprio per cercare di dare una mano alle aspirazioni democratiche e per la libertà dei popoli arabi, il G8 ha creato un fondo di 40 miliardi di dollari, che servirebbero ad aiutare il processo di transizione in questi stati. Ma dove andrebbero a finire questi ingenti flussi di denaro?

A parole, l’iniziativa sembra piuttosto gradevole, ma nei fatti molte cose non convincono e portano a dubitare sulla bontà dell’azione. Anzitutto, bisognerebbe chiarire se questi soldi arriveranno solo a stati come Egitto e Tunisia, in cui la transizione è già nei fatti, essendo stati spodestati i vecchi regimi. Se così non fosse, un flusso immenso di denaro arriverebbe a finanziare gruppi non al potere, finendo per essere una pura regalìa ai gruppi di oppositori ai vari regimi arabi, che certamente non vantano credenziali di incorruttibilità e patenti di democrazia.

E poi, ammesso che questi soldi passino per le mani dei governi post-ben Alì e post-Mubarak, siamo proprio convinti che siano le mani giuste? Soprattutto in Egitto, dove la nuova giunta militare sembra non essere in grado di gestire le tensioni religiose, fare giungere denari dall’Occidente potrebbe essere “giusto2 come fu giusto finanziare Osama bin Laden nella guerra in Afghanistan contro la Russia. Potremmo pagarne le conseguenze anche tra anni.

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