Il caso Apple e l’ipocrisia del New York Times. Nessuno ama pagare tasse

Ieri, un articolo pubblicato sul prestigioso quotidiano americano New York Times ha rinfocolato un dibattito molto acceso in America, con riguardo alla questione delle tasse. Il tema è molto sentito, visto che siamo in pieno clima elettorale. Il 6 novembre di quest’anno si vota per le elezioni presidenziali e tasse ed occupazione saranno gli argomenti di maggiore importanza, su cui i due candidati principali si daranno battaglia. Da alcuni mesi, il presidente Barack Obama ha deciso di imbracciare l’arma fiscale contro la “upper class”, sposando in toto la cosiddetta “Buffet Rule”, ossia l’idea proposta dal finanziere Warren Buffet, per il quale nessuno della classe ricca americana dovrebbe potere pagare un’aliquota effettiva sul reddito inferiore a quella media pagata dal ceto medio americano.

Fece scalpore qualche mese fa, quando Buffet dichiarò di pagare in percentuale sul reddito meno tasse della sua segreteria, con ciò volendo dimostrare quanto il sistema fiscale americano sia iniquo. E detto da un “pescecane” di Wall Street ha fatto molta impressione.

Ad abbassare la tassazione effettiva sui redditi negli USA sono gli infiniti “loopholes”, ossia le esenzioni fiscali, che permettono di scaricare dalle tasse moltissimi acquisti, arrivando a detrarre pure servizi, come l’uso di un jet privato per un manager. Ma tornando all’articolo di ieri, esso è stato l’occasione per permettere alle due principali scuole di pensiero di confrontarsi sulla questione forse più importante oggi per la politica di Washington: le tasse. Nell’articolo s fa l’esempio del colosso Apple, la società con sede a Cupertino, in California, che si avvantaggerebbe di tutta una serie di leggi e vuoti normativi, per spostare redditi laddove si pagano meno tasse. E le cifre fornite sono ben curate e documentate.

Si legge, ad esempio, che Apple ha un ufficio a Reno, in Nevada, stato confinante con la California. Si tratta della seconda città più popolosa dello stato e grazie a questa sede secondaria di una società sussidiaria, la Braeburn Capital, la società principale avrebbe spostato lo scorso anno 2 miliardi di dollari di profitti, in modo da pagare meno tasse. Motivo? In California, oltre all’aliquota base federale del 35% sulle società (la più alta al mondo), si paga un’addizionale dell’8,84%, mentre in Nevada non si paga nulla di più. Insomma, zero contro quasi il 9%.

Ma la lotta non è solo interna agli States. Quasi il 70% dei profitti è prodotto all’estero e così Apple si è attrezzata, per distribuire la tassazione in quei Paesi, dove le aliquote sono minori. Le capitali preferite sono diventate Dublino e Lussemburgo. L’Irlanda, in particolare, è sede di svariate multinazionali, grazie alla sua tassazione del 12,5% sui redditi delle società. E nel Principato, Cupertino ha un ufficio con 11 dipendenti, che le permette di dichiarare in questo piccolo stato di appena 250 mila abitanti qualcosa come un miliardo di dollari dalle vendite provenienti da iTunes. In sostanza, tutti i download di Africa ed Europa sarebbero tassati qui.

A conti fatti, lo scorso anno, grazie a questo sistema, Apple ha pagato 3,3 miliardi di dollari in tasse su 34 miliardi di profitti, per un’aliquota media del 9,8%. Un colosso come The Wall Mart, che ha un business incentrato sulla vendita di beni e servizi tradizionali, paga sui propri profitti un’aliquota media del 24%, due volte e mezzo tanto.

La risposta di Cupertino è stata immediata e dopo avere ricordato l’orgoglio di avere pagato nel 2011 5 miliardi in tasse, comprese quelle per i propri dipendenti, la società ha sottolineato come non siano mai state aggirate le leggi.

E proprio qui sta l’ipocrisia del New York Times. Un’azienda che non perseguisse il suo interesse, cercando di massimizzare i profitti netti e di ridurre i costi, tasse comprese, non sarebbe una buona azienda. Prima o poi verrebbe scavalcata da altri e rischierebbe anche di chiudere. Non si può chiedere a un privato di essere contento di pagare le tasse, a maggior ragione non gli si può chiedere di cercare di pagarne di più.

Semmai, in un sistema ormai globalizzato, sono i governi a doversi rendere conto che oggi puntare su un alto livello di tassazione è semplicemente irrealistico, perché finisce per svuotare le casse dello stato, anziché riempirle, con la conseguenza che si dovrebbero persino tagliare i servizi per i cittadini.

Stati come l’Irlanda lo hanno capito da molti anni e oggi attirano miliardi di redditi, che altrimenti non vedrebbe neanche da mille miglia di distanza. Chi, come l’Italia, ritiene che aumentare le tasse su redditi personali e societari sia un modo per fare cassa è nello stato pietoso che tutti sappiamo.

Il guaio è che il presidente Barack Obama ragiona più con la mente del populista di strada che con quella di uno statista. In caso di vittoria, rischia di trascinare l’America verso un approccio sbagliato sulle tasse, ingenerando anche nella già tartassata Europa l’errata convinzione che si possa essere ricchi e pieni di tasse, attirare redditi e spolparne la loro fonte.

 

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