Egitto, Morsi promette: niente velo obbligatorio per donne

Il 16 e il 17 giugno, l’Egitto è chiamato al ballottaggio per le elezioni presidenziali, che vedono sfidarsi il candidato dei Fratelli Mussulmani, Mohamed Morsi, e l’ex premier del deposto rais Mubarak, Ahmed Shafiq. Quest’ultimo viene ritenuto il rappresentante delle forze militari, che guidano il Paese nella transizione verso la democrazia. Uno scontro così non era forse nemmeno auspicabile, perché si tratta di una sorta di scelta tra il nuovo (gli islamisti) e il passato (i militari pro-Mubarak). Gli occidentali e le forze laiche e liberali, insomma, temono che il ballottaggio venga percepito dagli elettori come il rischio di un ritorno al passato, consegnando il Paese con largo margine all’uomo dei Fratelli Mussulmani.

Questi ha ottenuto il 24,7% dei consensi, mentre Shafiq è arrivato a un soffio, fermandosi al 23,6%. Tutto sommato, giocano alla pari, anche se bisognerà vedere cosa faranno gli altri candidati, in particolare, il nasseriano, che ha riportato un ottimo quasi 20%.

Più in generale, invece, sarà importante vedere cosa farà la maggioranza silenziosa, che la scorsa settimana non si è recata alle urne. Si tratta di 26 milioni di elettori, pari al 53% degli aventi diritto. Un numero enorme, che potrebbe essere determinante nell’assegnare la vittoria all’uno o all’altro candidato. E il candidato di Libertà e Giustizia, Morsi, sta cercando di rassicurare tutte le componenti della società, che potrebbero avere qualche timore dalla sua elezione. Ad esempio, l’uomo ha promesso che in caso di sua vittoria, non ci sarà alcuna legge che imporrà alle donne di indossare il velo ed esse potranno continuare a mantenere il diritto al lavoro. Anzi, sul turismo non pare avere dubbio Morsi, quando sostiene che il settore manterrà un regime speciale, trattandosi di una fonte notevole di ricchezza per il Paese e potrebbero essere emessi anche più decreti, per tutelarne la specificità. Altra promessa: tra i vice-presidenti ci saranno anche esponenti non dei Fratelli Mussulmani, in particolare, copti. Un gesto di apertura molto forte verso la minoranza cristiana, che rappresenta il 10% della popolazione e con cui gli islamisti si sono scontrati in modo sanguinario nella difficile transizione post-Mubarak. E, infine: i giovani avranno il pieno diritto di protestare, scendere in piazza e dire la loro. Per riassumere, Morsi ha affermato che la sua squadra farebbe contenti tutti. Quanto meno, parole che mirano a distendere il clima rovente di questi giorni, pur dovendosi poi verificare che esse corrispondano ai fatti.

I liberali, il cosiddetto Blocco egiziano, anche questa volta hanno miseramente fallito, ottenendo un risultato intorno a uno scarso 10%. I loro voti certamente confluiranno quasi tutti in favore di Shafiq, considerato l’unico in grado di mantenere la laicità delle istituzioni. In più, tra i due sarebbe avvertito il più vicino anche sulle questioni economiche, perché dovrebbe incoraggiare gli investimenti stranieri, con una politica più favorevole al business. Morsi potrebbe, invece, puntare più sugli aiuti.

Di certo, per i laici, i liberali di Piazza Tahrir sarà una sconfitta. Se dovesse vincere Morsi, che pare essere in vantaggio contro Shafiq, sarebbe la conferma di una svolta teocratica della società egiziana, contrariamente alle prospettive dei tanti giovani che scesero in piazza per cacciare il vecchio rais. Se, invece, dovesse prevalere l’altro, si conserverebbe la struttura laica della società egiziana, ma al costo di fare più di un passo verso il passato, perché sarebbe il trionfo del blocco di potere vicino a Mubarak.

Questo temono quelli del Blocco, così come una sorta di effetto domino su tutto lo scacchiere arabo e mediorientale. L’Egitto fa scuola e se gli islamisti arrivano al potere, allora accadrà in altri stati. Peccato che questa analisi sia superata dal fatto che ciò è quanto è effettivamente successo anche nelle altre realtà travolte dalla Primavera araba. E’ il caso della Tunisia, dopo la cacciata di ben Alì, del Marocco, con le elezioni politiche dello scorso anno, in cui gli islamisti hanno prevalso in uno scenario, tuttavia, di regolare scontro democratico; della Libia, che sebbene non abbia ancora indetto nuove e libere elezioni, è guidata da un Consiglio nazionale di transizione, in cui la spinta filo-mussulmana è evidente.

Anche lo stesso Yemen, ancora nel caos, dopo l’addio sanguinario di Saleh, sembra in preda a forze alqaidiste, che fanno temere il peggio per Sana’a.

Tornando sul piano interno, la vittoria di Morsi si aggiungerebbe a quella già ottenuta dagli stessi Fratelli Mussulmani alle elezioni politiche di questo inverno e che confermerebbe il vantaggio travolgente degli islamisti, così duramente repressi sotto il trentennale vecchio regime e che insieme ai salafiti hanno sbancato il Parlamento, ottenendo i tre quarti dei suoi seggi, pur annunciando di volere governare insieme ai laici e non ai filo-alqaidisti.

Non solo. La vittoria di Libertà e Giustizia conferma anche lo scarso radicamento sul territorio e tra i cittadini delle forze filo-occidentali, che sembrano più popolari tra la stampa straniera e i quartieri bene delle grandi città egiziane, ma poi s’imbattono in cifre imbarazzanti di consenso ridottissimo nelle zone popolari e rurali.

 

 

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