Coronavirus, niente vaccino prima del 2021: l’annuncio dell’UE

L’Agenzia Europea del Farmaco ha annunciato che il vaccino per il coronavirus non arriverà prima del 2021.

La situazione dell’epidemia di coronavirus continua a preoccupare il mondo intero, ma i lavori per un vaccino si scontrano con un nuovo stop. Dopo la sospensione della sperimentazione del vaccino di Astra Zeneca infatti anche l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha parlato di questa situazione. Il direttore esecutivo dell’Agenzia, l’italiano Guido Rasi, ha dichiarato infatti che per ora nessuna casa farmaceutica ha fatto richiesta per attivare la procedura di valutazione velocizzata. Questa procedura, chiamata anche “rolling review“, avrebbe permesso di commercializzare il farmaco già negli ultimi mesi del 2020. Ora però i tempi di approvazione di un eventuale farmaco faranno comunque slittare la messa in vendita all’inizio del 2021. Rasi ha anche dichiarato che, nonostante gli annunci fatti da alcune case farmaceutiche, l’EMA non ha ancora ricevuto nessun dato sulle sperimentazioni cliniche dei vaccini.

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Vaccino coronavirus, continuano le ricerche in tutto il mondo

vaccino coronavirus
Coronavirus, vaccino disponibile nel 2021 (Getty Images)

La ricerca di un vaccino efficace per contrastare la diffusione del coronavirus continua senza sosta in tutto il mondo. Uno dei vaccini più promettenti potrebbe essere quello prodotto in collaborazione da Astra Zeneca e dall’Università di Cambridge, nel Regno Unito. Tuttavia la sperimentazione di questo farmaco al momento è ferma per alcune complicazioni non previste in un paziente volontario. Il ministro della salute britannico Matt Hancock ha rassicurato i giornalisti e la popolazione sostenendo che non si tratta di una battuta d’arresto, ma di una pausa di valutazione. Intanto un gruppo di ricercatori ha contestato la validità degli studi che mostravano l’efficacia del vaccino prodotto in Russia. Secondo i ricercatori infatti alcuni dati pubblicati sulla rivista scientifica Lancet sembrano copiati e incollati senza un criterio. Il gruppo, di cui fanno parte anche tre ricercatori italiani, ha chiesto quindi di esaminare i dati “grezzi” su cui si basa lo studio.

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