Variante brasiliana: primo caso in Italia. Perché è un Covid “diverso”

Il primo caso in Italia della variante brasiliana del coronavirus è stato accertato a Milano. L’uomo risultato positivo è rientrato dal Sudamerica all’aeroporto di Malpensa.

Variante brasiliana coronavirus primo caso in Italia
Coronavirus (fonte: Pixabay)

La temuta variante brasiliana del coronavirus è alla fine arrivata anche in Italia. L’uomo risultato positivo al tampone è arrivato all’aeroporto di Milano Malpensa di ritorno dal Brasile, dopo uno scalo a Madrid. È stato sottoposto a tampone non appena sceso dall’aereo, come previsto dal Dpcm del 16 gennaio. I risultati del test hanno rilevato la variante brasiliana, per cui l’uomo è stato immediatamente ricoverato all’ospedale di Varese in via precauzionale, pur non manifestando sintomi preoccupanti.

I famigliari dell’uomo sono già stati posti in quarantena e l’Ats Insubria, insieme a Regione Lombardia, sta monitorando la situazione che al momento appare sotto controllo. La Lombardia è da ieri tornata a essere arancione dopo una settimana in zona rossa. Situazione che ha acceso uno scontro tra Regione e Governo, a seguito del riscontro di alcune imprecisioni nei dati che la task force regionale ha consegnato nelle scorse settimane all’Iss.

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Variante brasiliana Covid: cosa la rende più pericolosa

Nel mondo, fino a ora, tre sono le variante che maggiormente stanno preoccupando i virologi: quella inglese, quella sudafricana e quella brasiliana. Per quanto riguarda la prima è sì più facilmente trasmissibile ma sembra rispondere bene ai vaccini, la variante sudafricana invece ha messo in allarme gli esperti perché sembrerebbe essere resistente anche ai sieri fino a ora messi in commercio. Nella brasiliana, invece, oltre ad aver riscontrato un’elevata velocità di contagio, sono stati anche verificati numerosi casi di reinfezione.

Secondo gli esperti, la variante sudamericana del virus riuscirebbe a “ingannare” gli anticorpi del corpo umano. Infatti, queste mutazioni si agganciano alla proteina Spike, che quindi viene riconosciuta con maggiori difficoltà dal nostro sistema immunitario.