Yemen, arabi puntano a nuova guida “amica”

Quanto sta accadendo in queste ultime ore nello Yemen, sconvolto da violenze e lotte tribali, è il segno che lo stato del Golfo rischia di trasformarsi in un emirato islamista, dalle conseguenze disastrose non solo per la stessa popolazione civile, che da tre mesi lotta per cacciare Saleh, invocando libertà e democrazia, ma anche per tutta l’area e per l’intero Occidente, perchè implicherebbe la possibilità che gli islamisti si sostituiscano alle vecchie dittature, cavalcando le violenze e il caos di molti stati arabi. E in questa fase, dopo tre mesi di inerzia, l’Arabia Saudita punta adesso a cercare di mettere le mani in una faccenda, che la riguarda, se non altro, perchè lo Yemen è uno stato confinante. La prima mossa di Riad è stata quella di fare trasferire il presidente Saleh presso le sue strutture sanitarie; per estrargli una scheggia dal petto, in seguito a un attentato di un paio di giorni fa. Questa è la versione ufficiale e in parte senz’altro vera; la realtà è che gli arabi hanno già quasi deposto Saleh, irrimediabilmente estromesso dal suo ultratrentennale potere a Sana’a, per mediare tra la tribù dello sceicco oppositore Al Ahmar e il potere centrale, ora nelle mani del figlio di Saleh, Ahmed.

Gli arabi temono che lo Yemen possa trasformarsi in un regime alqaidista, il che potrebbe preludere a futuri problemi interni al loro stesso Paese, che con Al Qaida ha sempre dovuto lottare, essendo considerato dalla rete di bin Laden una monarchia corretta al servizio degli americani.

L’alternativa, come è evidente, per l’Arabia Saudita non è la democrazia, che essa osteggia fortemente, quanto la formazione di un governo di tipo islamico, ma non ispirato ad Al Qaida. La monarchia di Riad è di stampo wahabita, una minoranza della galassia islamica che rifiuta ogni forma di rinnovamento, chiusa in uno stretto conservatorismo. A dire il vero, le differenze con i principi dettati dagli islamisti di Al Qaida non si notano, ma esistono solo in chiave di politica estera, il che non è poco.

Se Riad riuscirà nell’intento di creare un potere islamico a Sana’a, in funzione anti-alqaidista, di certo avrà salvato lo Yemen dal rischio di una deriva di stampo terroristico, ma le parole dell’ormai deposto Saleh, per cui dopo di lui non ci sarebbe stata la democrazia, ma solo una deriva religiosa, risuoneranno come tristemente vere agli occhi delle migliaia di giovani e non, che hanno sfilato per tre mesi contro il suo regime, nel nome di una primavera yemenita.

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