Egitto, un anno fa la Rivoluzione di Piazza Tahrir

Un anno fa iniziava la breve, ma intensa rivoluzione in Egitto, che avrebbe portato due settimane dopo il rais Hosni Mubarak alle dimissioni, dopo 30 anni di gestione incontrastata del potere. La sede e simbolo della rivolta fu Piazza Tahrir, a Il Cairo, dove decine di migliaia di manifestanti si accamparono con tende giorno e notte, malgrado i massacri perpetuati dall’esercito, oggetto ora di un processo che vede imputato, tra gli altri, proprio l’ex rais. Non ci fu distinzione di religione, di vedute politiche, allora, uniti tutti dalla disperata voglia di cambiamento, riassunta nelle migliaia di slogan, che chiedevano giustizia, libertà, democrazia e benessere.

Un anno dopo, tante cose sono cambiate in Egitto, ma altrettante sembrano essere rimaste uguali. Giusto la scorsa settimana sono stati pubblicati i risultati definitivi del responso delle urne. Un complicato, quanto stucchevole sistema elettorale, ha impiegato ben sei turni, compresi di ballottaggi, solo per eleggere l’Assemblea nazionale.

Nelle prossime settimane dovrà essere eletta la Shura, il Senato egiziano, mentre più in là dovrebbe esserci l’elezione del nuovo presidente, il cui ruolo è attualmente esercitato da una giunta militare, che guida il Paese dalla cacciata di Mubarak. E da questa mattina, lo scenario che si è aperto agli occhi degli osservatori internazionali è non solo e non tanto di un festeggiamento, quanto di una nuova ondata di contestazione al nuovo regime, reo di no volere mollare il potere e di esercitarlo in forme non dissimili da Mubarak.

Molti cori e striscioni avevano per oggetti proprio i militari, invitati senza troppi complimenti ad andarsene. L’unità politica tra le varie fazioni non è più granitica come prima, anche se il voto per l’Assemblea ha mostrato senza ombra di dubbio che le voci che contano qui sono quelle degli islamisti. I liberali e i laici sono una sparuta minoranza, votata quasi esclusivamente nei quartieri bene delle grandi città, fin troppo sopravvalutati, forse, dall’Occidente.

Sono tante le incognite, che ieri come oggi ci inducono a non entusiasmarci troppo per il futuro dell’Egitto. In che mani esso sarà governato? Riusciranno i Fratelli Mussulmani a resistere alla tentazione di allearsi con i salafiti? E i militari cederanno il potere e se sì, non finirà che essi lo controlleranno dietro le quinte, ponendo fine all’idea di una democrazia all’occidentale?

 

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