Grecia, incognita default su cds. Juncker propone commissario UE ad hoc

Solo una settimana fa, tutti i mercati hanno tirato un grosso sospiro di sollievo alla notizia che l’Eurogruppo aveva sbloccato il secondo piano degli aiuti per la Grecia per 130 miliardi, dopo i 110 miliardi già stanziati nel maggio 2010. Il nuovo maxi-prestito consentirà ad Atene di onorare la scadenza del bond da 14,4 miliardi, che altrimenti avrebbe fatto scattare il tanto temuto default. Inoltre, Bruxelles ha recepito l’accordo tra il governo di Lucas Papademos e i creditori dell’Institute of International Finance (Iif), che consentirà allo stato greco di tagliare il debito pubblico di 107 miliardi sui 206 in possesso degli obbligazionisti dell’Iif.

Il taglio del debito è un piano complesso, che prevede il taglio del valore nominale dei bond già emessi (“haircut”) del 53,5%. Il 46,5% del loro valore sarà rimborsato con l’emissione di nuovi titoli. In particolare, il 31,5% sarà scambiato con 20 titoli tutti di egual valore, con scadenze da 11 a 20 anni, ciascuna delle quali rappresenta un ammortamento del 5% annuo. Il residuo 15%, invece, sarà restituito con titoli di emissione dell’Efsf, a breve scadenza.

In rapporto ai prezzi medi di acquisto, l’“haircut” incide per circa il 75% del valore dei bond. Ma se fin qui sembra che la situazione si sia risolta, in realtà, le cose stanno esattamente all’opposto. Due giorni fa, il Bundestag ha votato il nuovo piano di aiuti e quella è stata l’occasione per verificare gli umori dei tedeschi, da sempre i più ostili ai nuovi aiuti. Il centrodestra non è stato compatto, tanto da fare parlare di crisi politica, con 17 deputati della maggioranza che hanno votato contro e 3 che si sono astenuti. Il cancelliere Angela Merkel ha evitato i trionfalismi e ha chiarito ai deputati che la concessione dei nuovi prestiti alla Grecia non implicano alcuna garanzia di successo al 100%, perché il destino è ora tutto nelle mani di Atene e non è detto che mantenga le promesse.

Già questo dato ha riportato un pò tutti con i piedi per terra. Due domeniche fa, l’ok dell’Eurogruppo agli aiuti è stato salutato dai mercati come un vero salvataggio, cosa che non è. Anzitutto, perché gli stessi aiuti sono subordinati all’approvazione delle riforme e al prosieguo del difficile e lento cammino del risanamento. C’è poi la questione che riguarda l’entità delle risorse necessarie per aiutare Atene, che non è detto sia sufficiente a coprirne il fabbisogno, visto che l’economia ellenica si trova al quinto anno consecutivo di recessione e il pil dell’ultimo trimestre del 2011 è crollato del 7%, facendo intravedere un possibile calo delle entrate più del previsto.

Ma in queste ore, la questione delle questioni è come considerare l’accordo con i creditori. Standard & Poor’s ha declassato i titoli ellenici a “Selective Default”, considerando che non ci sarebbero garanzie almeno per una parte dei bond. Tuttavia, la stessa agenzia ha affermato che il “downgrade” a SD potrebbe durare fino alla metà di marzo, ossia al completamento dell’operazione di swap, che dovrebbe iniziare l’8 marzo e concludersi l’11 dello stesso mese.

E domani, l’International Swaps and Derivates Association (Isda) dovrà decidere se considerare anche sulla base del giudizio di S&P l’accordo tra Atene e i creditori un “credit event”. Se così fosse, scatterebbe il default e coloro che si sono assicurati dal rischio bancarotta, attraverso l’acquisto dei cds (credit default swaps), potrebbero avere titolo a chiedere il rimborso. Il valore coperto viene stimato in tre miliardi e in questa situazione, sarebbero diversi gli istituti a dovere sborsare parecchi quattrini.

Ma che la questione della Grecia non sia affatto spenta lo si intuisce anche dalle parole del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, alla vigilia del vertice europeo di domani e venerdì. Juncker sostiene che bisognerebbe nominare un commissario “ad hoc” per la Grecia, ossia una figura che aiuti Atene a ricostruire la sua economia, sulla base dell’esperienza accumulata dalla UE.

Lo stesso Juncker precisa che la sua proposta sarebbe diversa da quella tedesca, che prevedeva la nomina di un commissario, il quale avrebbe avuto l’ultima parola in tema fiscale. Certamente, si tratterebbe pur sempre di risanamento e di un modo elegante per mettere ufficialmente sotto tutela il governo greco.

Ieri, il Parlamento di Atene si è riunito a porte chiuse per varare l’ennesimo provvedimento di taglio alla spesa pubblica, questa volta prevedendo la decurtazione delle pensioni del 10% sopra i 1.300 euro al mese. La seduta è stata accompagnata da proteste e violenze nelle piazze, quando siamo a un mese e mezzo dalle elezioni anticipate.

Sempre ieri, i Parlamenti di Olanda e Finlandia si sono espressi in favore degli aiuti, ma ad Helsinki, nonostante la forte maggioranza trasversale di cui gode il governo, i prestiti sono stati approvati con soli 111 voti a favore e 72 contrari.

A suggello dell’assenza di speranze per la situazione greca ci sono le parole del ministro dell’Interno di Berlino, Hans-Peter Friedrich, il quale ha dichiarato che nessuno potrebbe costringere la Grecia ad uscire dall’Eurozona, ma che sarebbe bene che la incentivassero a farlo.

Tuttavia, contrariamente a quanto si dice, il ritorno alla dracma non avrebbe questi effetti miracolosi sulla sua economia, basata essenzialmente su agricoltura, pesca e turismo e caratterizzata dall’assenza di una vera struttura produttiva, con il rischio che dovrebbe ripagare comunque il debito in euro e senza beneficiare di un aumento delle esportazioni, inesistenti allo stato attuale.

 

 

 

 

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