USA, Romney vince in altri due stati in attesa del Super-Tuesday

Buone notizie per l’ex governatore del Massachussetts, Mitt Romney. Il candidato mormone alle primarie del Partito Repubblicano ha vinto nello stato di Washington con il 37,6% dei consensi, contro il 24,8% del candidato libertario texano Ron Paul, il 23,8% dell’italo-americano Rick Santorum e il 10,3% dell’ex speaker Newt Gingrich. La vittoria di Romney è considerata importante, perché avviene a pochi giorni da quelle ottenute in Michigan e Arizona e anche perché il distacco è a due cifre, con Santorum che si attesta solo terzo, quando era considerato ormai il front-runner fino alla scorsa settimana.

Lo stato di Washington è stato, tuttavia, snobbato dai media e da quasi tutti i candidati, ad eccezione di Ron Paul, che vi ha trasmesso anche spot di 60 secondi sul canale Fox e ricambiato, in effetti, con un ottimo secondo posto, dopo il buon risultato anche della scorsa settimana.

Ma non c’è stato solo l’esito di Washington a rinvigorire le chance di vittoria di Romney, bensì pure il Wyoming. Nel più piccolo stato americano, con appena 600 mila abitanti, si è votato per diverse settimane, senza alcun risalto mediatico e alla fine è prevalso Romney con il 39%, seguito a poca distanza da Santorum con il 32%, il 21% di Ron Paul e solo l’8% di Gingrich. Tuttavia, non bisogna nemmeno assegnare eccessiva importanza a queste due realtà in cui si è votato. Anzitutto, per una questione puramente numerica. Il caucus di Washington delega alla convention di Tampa Bay 43 delegati e quello del Wyoming 23. In ogni caso, i risultati non saranno vincolanti. Nel primo, addirittura, fino a prima di questa tornata si prevedeva una ripartizione equa tra primarie e caucus, poi eliminata con una riforma apposita del regolamento elettorale.

Ma l’altro motivo per cui il voto non deve essere considerato assoluto è anche per il fatto che i candidati si sono concentrati in questi giorni quasi essenzialmente alla sfida ben più avvincente del Super-Tuesday. ossia quando tra due giorni andranno al voto undici stati, che decideranno la nomina di 400 delegati, ossia un terzo di quanti ne saranno necessari per vincere la nomination.

Nel Wyoming, ad esempio, 12 delegati saranno eletti nelle assemblee distrettuali il prossimo 6 marzo, mentre i restanti 14 durante la convention del GOP nello stato.

Dicevamo, quindi, che la vera sfida si sposta a dopodomani, quando l’esito del voto nei dieci stati dovrebbe finalmente comporre l’immagine del candidato che sarà schierato contro Barack Obama.

Ad oggi, sappiamo che la sfida è tra Mitt Romney e Rick Santorum, con quest’ultimo a guidare i sondaggi fino a pochi giorni fa, sebbene le sconfitte in Arizona e nel Michigan avrebbero rilanciato l’avversario, anche sulla base di quanto è avvenuto a  Washington. Ma tra tre giorni, quando si saranno decise le sorti su altri 400 delegati, l’identikit del frontrunner per la nomination di Tampa si sarà finalmente delineato, così come del suo inseguitore.

E se le previsioni direbbero che sarà Romney a correre contro Obama alle elezioni del 6 novembre prossimo, il suo vice non sembra affatto scontato, per quanto siano tante le chance di Santorum. Quest’ultimo ha mostrato una costanza di risultati dall’inizio delle primarie il 3 gennaio ad oggi, che lo rende quale candidato più papabile per una posizione di vice, se dovesse fallire la nomination.

Dalla sua, ha di essere ritenuto il contrappeso ideale all’ex governatore del Massachussetts, considerato freddo e poco entusiasmante dai suoi stessi elettori. Accanto a un centrista, quindi, in grado di conquistare una fetta dell’elettorato indipendente, ci potrebbe essere l’aiuto di un candidato della destra conservatrice, vicino ai Tea Party e all’America profonda, che non mastica di finanza, ma che protesta contro i poteri forti di Washington e l’invasività dello stato e della burocrazia.

Le umili origini di Santorum, nipote di un minatore lombardo emigrato negli USA, lo pongono in sintonia con le fasce medio-basse della popolazione americana, che rischia di non votare per Romney, il quale gode dell’immagine di un ricco milionario, con conti aperti in paradisi fiscali e non in grado di rappresentare gli umori della “middle class”, un allarme che si sta diffondendo tra lo staff nazionale del Partito Repubblicano.

La caratteristica più importante di Santorum è che potrebbe evitare una diserzione del voto a destra, rinvigorendo ed entusiasmando una base, che si sente lontana da un candidato come Romney, avvertito quale uomo dell’apparato. In più l’italo-americano potrebbe anche giovarsi del possibile abbandono di Gingrich, che potrebbe gettare la spunga, qualora anche nel Super-Tuesday dovesse ottenere un risultato molto magro, in linea con quanto accaduto nelle ultime settimane. Anche lui pesca tra la base conservatrice e nel caso abbandonasse la corsa per la nomination, il candidato che se ne gioverebbe sarebbe esclusivamente Santorum, di idee politiche molto simili.

Già in altri caucus, come nel Michigan, i voti dei due insieme hanno superato quelli di Romney, a conferma di come siano  più le divisioni tra gli elettori più di destra a rendere possibile la nomination per il mormone.

 

 

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