Pensioni, il dramma degli “esodati”. Nel limbo 360 mila persone

La riforma delle pensioni è entrata in vigore quest’anno e si tratta del cambiamento più repentino dei requisiti per uscire dal lavoro, che l’Italia abbia mai fatto nella sua storia. Una scelta obbligata, secondo il governo, che si è trovato all’inizio del suo incarico a novembre con la necessità di ridurre drasticamente la spesa pubblica e di rasserenare i mercati finanziari, nel pieno di una bufera senza precedenti contro i nostri titoli di stato. Detto e fatto.

Sappiamo che l’età pensionabile è stata innalzata a 66 anni e mezzo per gli uomini (pensione di vecchiaia), anche se in questo caso, tenendo presente che sono state assorbite le vecchie finestre dell’ex ministro Sacconi, si tratta di un allungamento di fatto nullo; ma le donne del settore privato si sono viste innalzare velocemente l’età per andare in pensione dai 61 anni e un mese effettivi con la vecchia legge (finestre, incluse) a 66 anni entro il 2018.

Analogo il processo di innalzamento dell’età pensionabile per le anzianità, visto che i 40 anni precedentemente previsti non bastano per uscire dal lavoro, indipendentemente dall’età anagrafica, rendendosi necessari 2-3 anni in più entro, con un anno e un mese in più sin da subito. Quale che sia il giudizio sulla riforma, non c’è dubbio che alcuni lavoratori siano stati letteralmente beffati e sono quelli indicati sulle pagine dei quotidiani nazionali come “esodati”. Si tratta di lavoratori, che sulla base dei requisiti in vigore fino al 31 dicembre 2011, avevano deciso di lasciare il lavoro, in attesa di andare in pensione. Alcuni di questi, poi, sono stati persino incentivati a lasciare il lavoro, come nel caso di aziende in crisi (Fiat, Whirlpool, Telecom, Alitalia), firmando un protocollo d’intesa al ministero del Welfare.

Cosa è accaduto, allora? Che con l’entrata in vigore della riforma, hanno perso tale diritto e oggi sono rimasti senza lavoro e senza pensione. Il guaio di tutto questo legiferare è che non si parla di poche decine di persone in tutta Italia, bensì di 350-360 mila persone, secondo coloro che si occupano di previdenza.

Una bomba sociale che potrebbe esplodere nei prossimi mesi, visto che per queste persone sarà molto difficile rientrare nel vecchio posto di lavoro, in quanto si tratta di aziende in crisi (alcuni di questi erano i lavoratori di Termini Imerese) e in ogni caso di lavoratori di età abbastanza alta, in un periodo in cui la disoccupazione sale e si distruggono posti di lavoro, non certo si creano.

Risultato: abbiamo in Italia centinaia di migliaia di persone, che vivono sospesi tra lavoro e pensione, ma non hanno alcuna forma di sostentamento.

Dopo quattro mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme sulla previdenza, il governo ha iniziato ad accorgersi del fenomeno, che era stato parzialmente affrontato a gennaio con il decreto “milleproroghe”, su spinta dei partiti, il quale, tuttavia, aveva limitato a 65 mila le unità di persone garantite.

Nessuno conosce il numero esatto di quanti siano gli esodati, perché l’Inps sostiene di non essere in grado ancora di avere il dato esatto. Molti sospettano che, vista l’entità del fenomeno, la cassa pensionistica pubblica abbia deciso di fare orecchie di mercante e di non divulgare numeri, che farebbero esplodere la polemica politica.

Lo stesso Giuliano Cazzola, esperto di previdenza e deputato PDL, da sempre fautore di riforme radicale del nostro sistema pensionistico, ha affermato che il governo ha volutamente creato il problema degli esodati, perché pur di dare un messaggio di durezza ai mercati, ha preferito fare il volto feroce nei confronti di coloro che avevano maturato il diritto, lasciando così il lavoro. Cazzola ha aggiunto che il difetto di questa riforma è stata l’irragionevolezza, in quanto avrebbe dovuta essere più graduale.

Il ministro del Welfare, Elsa Fornero, pare di avere raccolto il grido di dolore di sindacati e partiti, annunciando che si prodigherà per trovare una soluzione ai casi più gravi. Insomma, qualcosa sarà fatto, ma per chi sta peggio, non per tutti. Ed entro giugno, sempre secondo il “milleproroghe”, dovrà essere emanato un decreto attuativo del governo, per limitare i casi di applicabilità della riforma di dicembre.

Ma una cosa sembra essere certa. Lo stato non ci metterà un euro in tutta questa storia creata proprio da esso. In sostanza, la copertura delle maggiori spese sarà trovata aumentando le aliquote degli ammortizzatori sociali a carico delle imprese. In poche parole, a pagare saranno sempre i soliti noti.

La vicenda non ha un risvolto solo sociale, ma anche di credibilità (pressoché nulla) dello stato italiano. Firmare un’intesa al ministero del Welfare e dopo qualche mese vederla smentita dallo stesso ministero, per il solo fatto che è cambiato il governo, è paradossale e mette a rischio il rapporto già logoratissimo tra istituzioni e cittadini. Incredibile che il governo Monti trovi indispensabile solo ri-acquistare credibilità dinnanzi ai mercati finanziari, perdendola nei fatti sul piano interno verso le famiglie-contribuenti e imprese. Alla faccia del patto sociale!

 

 

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