Articolo 18, riforma-bluff. Cambierà poco o nulla, ha vinto Cgil

La riforma del mercato del lavoro ha raggiunto ieri un’intesa complessiva ampia tra le forze politiche che sostengono il governo Monti, dopo un vertice di tre ore tra Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini. PDL, PD e UDC sono, quindi, ora concordi nel via libera alla riforma anche del nuovo articolo 18, che rispetto al testo presentato dal governo una settimana fa viene fortemente ridimensionato nella sua portata innovativa. E’ accaduto, infatti, che al vertice dell’ABC, come viene ironicamente definito quello dei tre leader di partito, si è trovata un’intesa al ribasso, che salvaguardi il consenso dei sindacati, soprattutto, della Cgil di Susanna Camusso, che ha annunciato da tempo una mobilitazione costante e capillare della sua base contro le ipotesi discusse nei giorni scorsi.

Ma vediamo come cambia il testo. In pratica, il governo aveva presentato una bozza di riforma al Parlamento, sulla base delle convergenze registrate tra le parti sociali negli incontri promossi dal governo e con lo stesso esecutivo, ad eccezione della Cgil.

Tale testo prevedeva, tra gli altri punti, che l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori cambiasse nel seguente modo: il licenziamento per ragioni discriminatorie sarebbe rimasto nullo, anche per i casi nelle imprese fino a 15 dipendenti. In questo caso, sarebbe continuato ad essere obbligatorio il reintegro, deciso dal giudice. Diversa l’ipotesi per licenziamenti individuali per motivi oggettivi (economici). In questo caso, il giudice sarebbe stato chiamato solo a prevedere un indennizzo a titolo di risarcimento, la cui entità variava tra 15 e 27 mensilità. Infine, il licenziamento per i casi disciplinari. Anche in questo caso, l’indennizzo sarebbe rimasto l’opzione prevalente, ma il giudice avrebbe potuto obbligare al reintegro per i casi più gravi.

Questo testo ha scatenato polemiche furenti tra i sindacati e come noto la Fiom, ossia il braccio metalmeccanico della Cgil, aveva annunciato una lotta durissima e permanente nelle piazze e nelle fabbriche.

Adesso, la rivisitazione del testo di cui sopra porta alla seguente modifica: nei casi di licenziamento individuale per le imprese sopra i 15 dipendenti e per ragioni economiche, il giudice potrà continuare a obbligare il datore di lavoro al reintegro per i casi “manifestamente insussistenti”. Inoltre, l’indennità risarcitoria viene abbassata nella forchetta tra 12 e 24 mensilità.

In sostanza, se passasse in Parlamento l’ultima bozza appena descritta, rispetto alla situazione attuale, l’articolo 18 consentirebbe all’impresa di evitare l’obbligo di reintegro solo per i casi disciplinari e sempre che non vengano rilevate circostanze gravi dal giudice; per i casi di licenziamenti per ragioni economiche, invece, il reintegro potrebbe essere evitato solo in situazioni evidenti. Senza giri di parole, non cambierebbe quasi nulla. Il giudice avrebbe comunque l’ultima parola. E conoscendo la giurisprudenza italiana, storicamente favorevole al lavoratore e quasi mai all’impresa, non c’è da attendersi alcuna modifica reale di questo articolo.

E’ vero che al vertice ABC sarebbe stato prevista l’introduzione di una cosiddetta “tipizzazione” della casistica per ragioni economiche, in modo che l’impresa abbia chiaro quando potrebbe licenziare senza essere obbligata al reintegro e quando no, ma resta il fatto che la sussistenza delle ragioni che hanno portato al licenziamento resta nella lettura del giudice.

La gravità non è un fattore che potrebbe essere tipizzato a livello normativo, per cui la discrezionalità sul punto resterebbe alta. Non è un caso che Confindustria abbia reagito ieri negativamente alla modifica, arrivando ad affermare che se saltano le intese raggiunte pochi giorni fa con le parti, salta tutto. Non solo, da Via dell’Astronomia si ribadisce che anziché fare una mezza riforma, sarebbe meglio non farla affatto.

La Cgil, dal canto suo, tenta di tirare la corda ancora di più, con il segretario confederale, che non si esprime, perché vorrebbe prima leggere il testo, evitando di trovare qualche brutta sorpresa, come sarebbe già successo in passato, afferma. Gli altri sindacati si mostrano soddisfatti, sostenendo che il nuovo testo sarebbe il frutto di un’intesa ragionevole.

Soddisfatti un pò tutti i partiti politici della maggioranza. Se Bersani ritiene che sia un successo contro le preoccupazioni dei lavoratori, il leader UDC, Casini, si lancia in un enfatico “ha vinto l’Italia”. Alfano sottolinea, invece, come a fronte di tali modifiche, alle imprese si concederebbe maggiore flessibilità in entrata per le assunzioni.

Il governo è soddisfatto, con il premier Mario Monti che arriva ad affermare che le imprese non avrebbero più alibi per non investire in Italia, visto che sarebbe stato riformato l’articolo 18. Non c’è motivo di andare in Serbia, aggiunge Monti.

Affermazioni imbarazzanti, se si considera che arrivano da “tecnici” e non da politici, visto che se da oggi venissero applicate le nuove norme, le imprese italiane si ritroverebbero con un mercato del lavoro più regolamentato in entrata, ma senza una maggiore flessibilità in uscita. Il tutto condito con maggiori costi da sostenere per i nuovi ammortizzatori sociali.

Il dubbio è se questa riforma non pregiudichi l’occupazione più di quanto non lo faccia l’attuale sistema errato e distorsivo di leggi. Molti contratti atipici, infatti, si prevede che siano mandati (e giustamente) in soffitto, in cambio di un contratto a tempo indeterminato più flessibile e per questo prevalente. Ma avendo privato tale contratto degli elementi innovativi e “flessibili” di cui dicevamo, il rischio è semplicemente di tornare agli anni Novanta, quando c’erano meno lavoratori atipici, ma più disoccupati.

 

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