Asta BoT, rendimenti semestrali crescono all’1,772%

Non è andata male, ma nemmeno bene l’asta dei BoT a sei mesi, collocati oggi da Tesoro per un controvalore di 8,5 miliardi. Se non può che essere commentato positivamente il dato sulla domanda, che si è attestata a 14,5 miliardi, per un bid-to-cover ratio in crescita dall’1,512 di marzo a 1,71 di oggi, preoccupa il trend rialzista dei rendimenti. In media, i tassi sono saliti all’1,772%, in crescita di circa 66 punti base dal precedente dato dell’1,119% di marzo. In un solo mese, quindi, s’impennano i rendimenti su tutte le scadenze e per il comparto semestrale si è tornati ai livelli di gennaio, quando lo scorso mese si erano determinati sul mercato i rendimenti più bassi dal settembre 2010.

Rispetto all’andamento sul mercato secondario, i rendimenti esitati all’asta di oggi sono stati superiori di circa 15 punti base, anche se le attese non avevano escluso un tasso finale intorno all’1,9-2%. Pertanto, gli analisti hanno letto il dato con relativa soddisfazione, sia per la domanda molto sostenuta, segnale sempre dello stato di fiducia o appeal di un titolo, sia anche perché le attese erano più pessimistiche.

La reazione sui mercati non è stata positiva, visto che lo spread tra i nostri BTp e i Bund tedeschi, sulla scadenza decennale, è risalito a quota 400 punti base, dopo un’apertura in calo, dovuta essenzialmente al semi-flop dell’asta dei titoli tedeschi, rimasta parzialmente inevasa per i bassissimi rendimenti offerti. Il problema è sempre lo stesso. Gli investitori temono che i debiti sovrani dell’Eurozona siano insostenibili e il collasso della Grecia è stato un cattivissimo precedente, dato che sembrano essere finite le cartucce a disposizione della BCE, a tutela dei mercati dei bond pubblici.

Domani ci sarà l’ennesimo banco di prova per il Tesoro, alle prese con l’emissione di titoli a media e lunga scadenza. In particolare, si punta a collocare BTp a cinque anni, con scadenza maggio 2017, tra un importo minimo di 1,5 e uno massimo di 2,5 miliardi. Ci saranno anche i BTp a dieci anni, con scadenza settembre 2022, per un importo minimo di 1,5 e uno massimo di 2,5 miliardi. A queste scadenze si aggiungono i BTp non più in corso di emissione, con scadenza 15 aprile 2016 e febbraio 2019. Per questi, gli importi previsti variano tra un minimo complessivo di 750 milioni e un massimo di 1,250 miliardi.

In definitiva, domani il Tesoro dovrà collocare fino a 6,25 miliardi di euro, anche se da Via XX Settembre si ostenta ottimismo sull’esito dell’asta, data la coincidenza della scadenza di lunedì di 9,5 miliardi di titoli italiani, che si prevede vengano in buona parte rinnovati.

Ormai, si naviga a vista e non è possibile fare previsioni per i mesi successivi. Se il trend da gennaio a metà marzo era stato fortemente calante, con i rendimenti a breve di fatto rientrati ai livelli normali pre-crisi, il ritorno delle tensioni sui mercati nell’ultimo mese ci induce ad essere meno ottimisti, anche perché ci potrebbe essere lo scoppio di una nuova bufera finanziaria nel caso di vittoria del socialista François Hollande alle presidenziali francesi del prossimo 6 maggio, in quanto avvertito come candidato più “lassista” sul fronte dei conti pubblici.

Inutile dire che l’Italia sarebbe l’economia più esposta con il suo fabbisogno di rifinanziamento, che da fine aprile a fine dicembre ammonta a ben 270 miliardi di euro, per un fabbisogno complessivo nell’anno di 450 miliardi. Dei restanti titoli da collocare, 120 miliardi riguardano le scadenze a medio-lungo termine, per una media mensile di 18 miliardi.

Per questo, potrebbe essere possibile che il Tesoro prosegua nella sua opera di spostamento dei collocamenti dalle scadenze più lunghe a quelle più brevi, come già avvenuto nei primi mesi dell’anno, che hanno visto un accorciamento, per quanto non drastico, della durata residua della vita media del debito italiano.

Dall’inizio dell’anno, il Tesoro ha già provveduto a rimborsare debito per 90,8 miliardi, che diventeranno 100,3 miliardi, con il rimborso di 9,5 miliardi del prossimo lunedì.

Insomma, le cose procedono come di consueto al ministero, ma il costo medio dell’indebitamento è risalito tra marzo e aprile e questo non è un buon segnale, anche per la persistenza dello spread a livelli altissimi. A inizio marzo, il differenziale di rendimento tra i titoli italiani decennali e gli omologhi tedeschi è arrivato a un minimo di 278 punti base, in linea con i dati di agosto 2011, il periodo precedente lo scoppio della seconda ondata speculativa.

Oggi, siamo tornati a 400 punti, mentre non s’intravede la possibilità di un’intesa tra gli stati, che induca i governi ad approvare un piano credibile di rilancio della crescita, che si accompagni alla pur necessaria austerità, chiesta dalla Germania. Al momento, va registrata solo una parziale comunanza di vedute tra il cancelliere tedesco e il premier italiano.

Le borse europee non hanno reagito positivamente, nel loro complesso, con l’indice Ftse Mib di Piazza Affari in salita dello 0,16% e quello All Shares dello 0,2%, ma Francoforte è sostanzialmente invariata, con il Dac a +0,04%, mentre Parigi è appena sotto la parità, a -0,01% e Londra a -0,48%.

 

 

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