PDL vuole mollare Monti. Berlusconi furioso con premier

Il rapporto tra il PDL e il governo tecnico non è mai stato buono in questi sei mesi. D’altronde, l’esecutivo a guida Mario Monti altro non è che la sconfitta del centro-destra e dell’ex premier Berlusconi, costretti a cedere il passo a una Grande Coalizione in salsa italica, che ha visto uscire gli alleati della Lega ed entrare i centristi di Casini e gli avversari storici del PD. Ma l’esito di queste amministrative, per quanto in parte atteso, ha avuto l’effetto di una bomba nei rapporti tra partito e governo. Nessuno, nemmeno il più catastrofista convinto, si attendeva che il PDL scendesse a livelli così infimi di consenso, in una tornata, che se certamente non ha premiato nemmeno il PD e ha ridotto le percentuali dell’UDC, ha visto soccombere con estrema nettezza solo il partito dell’ex premier.

Perché, se togliamo le liste civiche, le apparentate, le liste dei sindaci, il PDL non arriva nemmeno al 12% su base nazionale. E in città importantissime, come Verona, si attesta al 5% scarso, mentre non arriva al 10% a Genova e si becca un altrettanto magro 5% anche a Parma, dove pure governava da anni (male!) la città.

Per questo, la battuta del premier Monti, per cui i suicidi di questi mesi sarebbero la conseguenza del governo precedente, ha fatto imbufalire davvero tutti nel partito. Essa arriva all’indomani del dato amministrativo disastroso, quasi a volere infierire sul maggiore partito che lo sostiene. Non solo. Il ragionamento di Berlusconi è semplice: abbiamo perso molti voti, sostenendo Monti; ora non ci può ripagare attaccandoci. E molti non capiscono il motivo per cui il premier attacchi il partito che lo sostiene, cosa che non avviene mai con l’UDC e mai agli stessi livelli con il PD. Il sospetto è che Monti stia giocando una partita con il Quirinale, per cui tenta di disintegrare il PDL a forza di attaccarlo, per smembrarlo e portare i suoi voti e parlamentari in dote a Casini. Se ne sono ormai accorti in tanti del giochetto di Napolitano, che utilizzerebbe Monti come una clava contro il partito dell’ex presidente del consiglio.

E allora che fare? Gli ex An sono da sempre per staccare la spina al governo. Con loro, tuttavia, si aggiungono ogni giorno parlamentari anche della ex Forza Italia, non ultimo l’ex governatore pugliese Raffaele Fitto, che dopo il disastro del PDL nella sua Puglia propende apertamente per togliere i voti al governo.

E a cercare di spingere Berlusconi ad abbandonare il governo c’è anche il coordinatore Denis Verdini, il quale è in perfetta sintonia con il collega Ignazio La Russa e fortemente contrario a Monti.

Verdini e Daniela Santanchè, che non è parlamentare, starebbero utilizzando tutte le loro doti di convinzione, per portare Berlusconi a staccare la spina ai tecnici.

Per contro, oltre al segretario Angelino Alfano, c’è il capogruppo al Senato, Fabrizio Cicchitto, che frena sull’addio al governo, portando come argomentazioni, quelle relative alla crisi finanziaria, che si abbatterebbe ancora di più sull’Italia e sull’assenza di alleanze e prospettive politiche immediate.

Tuttavia, gli ultimi eventi, inclusi le battute anti-PDL del premier, farebbero propendere la bilancia dalla parte di Verdini-Santanchè, sebbene Berlusconi voglia prima darsi del tempo per riorganizzarsi. La proposta lanciata subito dopo il voto allo stato maggiore del partito sarebbe una federazione di tutti i moderati, ipotesi che comprenderebbe lo stesso Casini, pur lasciando spazi per partiti autonomi (non sarebbe una riedizione del PDL), ma allo stesso tempo eviterebbe che i centristi si facciano artefici di una iniziativa di riunificazione del centro, cosa che toglierebbe spazi e visibilità al PDL.

In questa nuova conformazione di quello che sarebbe già chiamato il “centro-destra liquido” potrebbe rientrare anche una ipotetica lista di Luca Cordero di Montezemolo, che già si è incontrato con il premier oltre un mese fa, dibattendo sulla ristrutturazione del campo moderato.

Berlusconi accarezzerebbe anche l’idea di sostenere dall’esterno una lista di destra alla Le Pen, che sia in grado di catalizzare le simpatie e i consensi degli elettori più euroscettici e imbufaliti contro questa Bruxelles. A dire il vero, se si andasse alle elezioni oggi, l’ex premier farebbe una campagna elettorale decisamente anti-UE, pur con toni non dello stesso tenore del Fronte Nazionale in Francia, ma ricercando il consenso degli elettori tradizionalmente poco affezionati alle stramberie europeistiche.

Che lo stato dei rapporti interni tra pro e contro Monti non sia eccelso lo dimostra poi la sagace battuta di Verdini, che a proposito di coloro che potrebbero abbandonare il partito, nel caso in cui questi scegliesse la strada dell’addio alla maggioranza, ha risposto che “si avrebbe così più facilità nel compilare le liste”.

L’unica certezza, quindi, è che da oggi in avanti il PDL tenterà la strada del partito di lotta e di governo, cosa che finora è andata male a tutti quelli che l’hanno praticata e che rischia di confondere ancora di più i già avviliti elettori moderati. Sarebbe meglio, a questo punto, una scelta molto più netta.