USA 2012, Romney punta sugli ispanici con spot in spagnolo

Con la vittoria in Texas di martedì, Mitt Romney è matematicamente il candidato del Partito Repubblicano per le elezioni presidenziali del 6 novembre. Come ampiamente era stato previsto dai pronostici, sarà lui a sfidare Barack Obama, anche se dopo qualche mese di incertezza, per via di una corsa per la nomination, che si era fatta più lunga del previsto, dopo l’emergere del candidato ultra-conservatore e italo-americano Rick Santorum. Romney ha vinto in Texas con il 70% dei consensi, aggiudicandosi la stessa percentuale dei 155 delegati in palio e raggiungendo la fatidica soglia dei 1144 delegati necessari ad ottenere la nomination a Tampa Bay, in Florida, alla convention repubblicana dal 27 al 30 agosto.

Evitato, dunque, il pericolo di una “brokered convention”, ossia di una situazione di impasse, dove nessun candidato ha la maggioranza assoluta dei seggi e con la conseguenza di dovere arrivare a un accordo per il nome da schierare contro l’avversario democratico.

Adesso, però, per Romney inizia la vera sfida, quella con il presidente in carica. Questi ieri gli ha chiamato, sia per congratularsi della vittoria, sia anche per invitarlo a concentrarsi insieme su un dibattito sulle cose concrete. Ad ogni modo, è da un mese e mezzo circa che già l’ex governatore del Massachussetts si prepara alla sfida presidenziale, da quando, cioè, Rick Santorum ha dovuto lasciare per problemi di salute della figlia. E il team di Romney starebbe puntando sull’elettorato ispanico, la cui concentrazione è molto alta in alcuni stati degli USA, come il New Mexico, la California, la Florida. Tuttavia, e qua sta la novità, la sfida per accaparrarsi il voto ispanico si fa molto intensa anche negli stati, dove la loro incidenza è inferiore. Motivo? In molti di questi, i sondaggi danno un testa a testa tra i due rivali, con la possibilità, quindi, che gli ispanici possano fare da ago della bilancia.

Tradizionalmente, essi votano a stragrande maggioranza per i democratici, come hanno fatto anche alle elezioni presidenziali del 2008, in favore di Obama. Tuttavia, gli stessi sondaggi a disposizione del Partito Democratico indicherebbero che a novembre si recherebbe ai seggi il 68% di loro, contro un più abbondante 81% di quattro anni fa.

Per i repubblicani, ciò sarebbe il segnale che molti sarebbero delusi da questa amministrazione, con la possibilità di potere riempire questo spazio elettorale potenziale. E un altro sondaggio dimostrerebbe come tra gli ispanici sarebbe forte la simpatia per Romney, stimato dal 54%, contro solo il 42% che ha su di lui un’opinione negativa.

E per fare presa su questa cruciale minoranza, cosa di meglio se non lanciare una campagna di spot in lingua spagnola? In realtà, non si tratta affatto di una novità. Obama ha già speso un milione di dollari per spot in spagnolo, in questo inizio di campagna elettorale, mentre la spesa di Romney è ancora di 100 mila dollari.

Ma sarebbe diversa anche la strategia dei temi su cui puntare. I democratici mandano in onda soprattutto spot sull’immigrazione, tema certamente sensibile per le minoranze, mentre i repubblicani offrono loro gli stessi temi per il resto dell’elettorato, ossia lavoro ed economia, che con altrettanta certezza sono avvertiti a maggior ragione dalle fasce deboli della popolazione.

E già in queste ore, il candidato mormone si trova a Las Vegas, visto che gli strateghi della sua campagna elettorale gli avrebbero consigliato di tenere a bada il Nevada e il Colorado, in quanto risulterebbero stati in bilico e qui gli ispanici al voto saranno un quinto del totale degli aventi diritto.

Dunque, a novembre come non mai potrebbero fare la differenza gli ispanici e questo lo sanno entrambi gli schieramenti. Già da anni è partita una sorta di caccia al voto degli spagnoli, soprattutto, immigrati di origine messicana, che spesso superano illegalmente le frontiere del sud degli USA, alla ricerca di una vita migliore e in fuga dalle violenze dei narcos in patria.

Tra i due candidati, allargando lo sguardo, sembra che ci sia un testa a testa, in termini di percentuali nazionali. Romney sarebbe a un paio di punti da Obama, anche se qualche sondaggio lo darebbe anche sopra. Tuttavia, va rimarcato come negli USA il voto sia assegnato ai Grandi Elettori e non direttamente al presidente. Ciò consente spesso agli stati più piccoli di diventare determinanti, per via del meccanismo del “the winner takes it all”, ossia il vincitore prende tutti i delegati assegnati da quello stato.

Da questo punto di vista, calcoli certi non se ne possono granché fare. Non è detto, in teoria, che chi prende più voti abbia anche la vittoria in tasca. Ricordiamoci il precedente del 2000. Il democratico Al Gore ottenne 500 mila voti in più su George W.Bush a livello nazionale, ma poi ha perso, per via della sconfitta in Florida per poche centinaia di voti, cosa che fece scattare più grandi elettori in favore del repubblicano.

Per questa ragione, la sfida delle presidenziali anche stavolta sarà molto dura e all’ultimo stato.

 

 

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