Itaker – Vietato agli Italiani, recensione

Itaker, “Italianacci”, è solo uno dei tanti dispregiativi affibbiati agli italiani che all’inizio degli anni ’60 emigravano in Germania per sfuggire alla povertà e alla miseria di un paese ad un soffio dal boom economico. Da questo spunto prende vita Itaker – Vietato agli Italiani, opera seconda del giovane regista siciliano Toni Trupia, una coproduzione italo-rumena tra Goldenart Production e Mandragora Movies in collaborazione con Rai Cinema che arriverà nelle sale a partire dal 29 novembre.

E’ il 1962. Alla morte della mamma, il piccolo Pietro (Tiziano Talarico), nove anni, viene affidato a Benito (Francesco Scianna), un giovane napoletano dai trascorsi dubbi che in cambio di un passaporto accetta di accompagnarlo dal Trentino fino in Germania, alla ricerca del padre Luigi emigrato molti anni prima. Per Benito, Pietro è l’unica speranza di tornare in terra tedesca, dopo l’esperienza del carcere, per riabilitarsi agli occhi di Pantanò (Michele Placido), boss che gestisce il locale giro del contrabbando. Arrivati a Bochum però, i due si scontrano con una realtà più complicata del previsto fatta di duro lavoro, solitudine e difficoltà di integrazione, che finirà per legarli in un rapporto insolito nel quale si inserirà anche la bella Doina (Monica Birladeanu), emigrata rumena innamorata di Benito che regalerà a Pietro qualche momento felice.

Itaker è innanzitutto una storia di emigrazione italiana, letta con gli occhi ingenui e trasognati di un bambino. Una storia che affonda le sue radici in un dramma umano rimosso dal nostro cinema ma che ha accomunato tanti nostri connazionali fuggiti altrove con una valigia carica di speranze e illusioni di una vita migliore e costretti a vivere in un paese ostile da “indesiderati” a cui vietare persino l’ingresso nei locali. Però Itaker è anche altro. Un “perdersi per ritrovarsi”. Non a caso “Itaker” in tedesco si pronuncia “Itaka”. E come il mito di Ulisse nell’Odissea anche qui c’è un viaggio inteso come ricerca di un approdo che non è solo fisico, verso una terra straniera in cui realizzarsi, ma soprattutto ideale. Pietro e Benito sono due vagabondi che partono per trovare qualcosa che manca nelle loro esistenze: il bambino cerca un padre che quasi non conosce; Benito vuole solo una nuova occasione per ricominciare. Entrambi alla fine troveranno ciò che cercavano, anche se non nel modo che avevano preventivato, in un inaspettato legame padre-figlio dal quale trarre la forza necessaria a dare un nuovo senso alle loro esistenze. La ricercatezza nella scelta cromatica della fotografia di Arnaldo Catinari, in cui prevalgono colori freddi tendenti al grigio, e una ricostruzione scenografica dell’ambiente sottoproletario di allora ad opera di Nino Formica, priva di qualsiasi fronzolo esteticamente superfluo, danno un tocco quasi neorealistico ad un film che scorre piacevolmente in un perfetto equilibrio tra melodramma e commedia, grazie soprattutto ad una regia attenta e misurata e ad una scelta di interpreti di qualità che sanno rendere credibili e intense situazioni e personaggi. In testa a tutti Michele Placido (prossimamente in tv con una fiction su Trilussa), boss vecchia maniera furbo e sornione, ma anche il gruppo di bravi attori di diversa provenienza geografica, che con le loro parlate dialettali riflettono quella sinergia di etnie avvenuta anche a livello produttivo. Infine Francesco Scianna (Baaria, Vallanzasca – gli angeli del male) qui al suo meglio in un’interpretazione davvero lodevole che segna forse il vero punto di partenza di una carriera, che seppur ancora breve è già di grande spessore. Destreggiandosi con talento in un dialetto non suo, Scianna ha dato al personaggio di Benito umanità e simpatia, percorrendo strade decisamente nuove rispetto a quelle che aveva percorso finora. Accanto a lui l’esordiente Tiziano Talarico dotato di un’espressività unica che ti conquista al primo sguardo.

Inspiegabilmente rifiutato da Müller e Amelio nei loro rispettivi festival perché “troppo classico”, il destino di Itaker è segnato ironicamente proprio dal suo sottotitolo: “Vietato agli Italiani”. Saranno pochi i nostri connazionali ad avere il privilegio di poter guardare sullo schermo questa storia, a dimostrazione che coraggio e qualità nel cinema italiano, come purtroppo accade negli ultimi tempi non vengono mai premiati come dovrebbero, trovando ostacoli insormontabili nel percorso di uscita in sala.

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