Turchia: i social media una minaccia per la società

La rete sociale una minaccia per la società. Queste le parole pronunciate giorni fa da Erdogan. E intanto il ministro degli Interni, Muammer Guler, ha annunciato che le autorità stanno lavorando per una nuova legge sui social media Twitter e Facebook, contro coloro che provocano o manipolano il pubblico con false notizie o spingono la gente all’agitazione sociale.

Indagini su 5 milioni di messaggi inviati su Twitter durante le tre settimane di manifestazioni antigovernative. Sotto inchiesta 105 siti e 262 account di Twitter. Circa 50 ragazzi arrestati a Smirne e Adana per dei tweet ritenuti sediziosi. Secondo documenti confidenziali pubblicati dal giornale Taraf, il governo di Ankara sta inoltre rafforzando i poteri dei servizi segreti del Mit. L’agenzia ha avuto l’incarico di individuare gli imprenditori vicini all’opposizione, in modo da impedire loro di lavorare con lo stato. Il Mit avrebbe già accesso ai dati personali dei cittadini archiviati da diverse amministrazioni pubbliche. I suoi dirigenti non possono essere indagati dalla giustizia senza una autorizzazione del premier. Un nuovo protocollo ora dovrebbe consentire ai servizi di intercettare ogni tipo di comunicazioni private.

La rete di hackers anti-governativa turca RedHack ha invitato i giovani, che potrebbero essere indagati per avere usato Twitter durante le manifestazioni, a dichiarare che i loro account sono stati piratati. RedHack si è infatti autodenunciato come unico responsabile di tutti i tweet inviati durante le proteste. E intanto tutti gli utenti hanno risposto all’appello con l’hashtag #redhacktarafindanhacklendik, cioè #siamostatipiratatidaredhack. Ma la lotta continua e Twitter e Facebook assumono un ruolo sempre più strategico nell’organizzazione, il coordinamento e la promozione della protesta cominciata dopo la decisione di abbattere gli alberi di Gezi Park. Una mobilitazione che riassume in sé le richieste democratiche proprie della Primavera araba e le critiche dei movimenti anti-capitalisti.

I luoghi simbolo della rivolta a Istanbul, riconquistati con la forza, sono tornati ad una strana calma apparente, sotto stretta sorveglianza della Polizia. Migliaia di persone si sono fermate in piazze, strade, centri commerciali, uffici di molte città del paese, restando immobili e silenziosi per ore. Una forma di resistenza civile immaginata domenica a Taksim dal giovane coreografo Erdem Gunduz, il primo “Uomo In Piedi” ad avere sfidato silenziosamente Erdogan, che si era espresso nei giorni scorsi, definendo vandali e terroristi le decine di migliaia di ragazzi scesi in piazza per chiedere più democrazia e libertà. La notizia della protesta silenziosa ha fatto subito il giro dei social media. Su Twitter l’hashtag #duranadam, che significa “l’uomo in piedi”, ha raggiunto la top ten del celebre microblogging.

Proprio i social media sono la bestia nera del governo islamista turco. Per gli attivisti che stanno scendendo in piazza in questi giorni in Turchia, i social media sono uno strumento indispensabile per organizzarsi e tenere informata l’opinione pubblica sulle proprie iniziative. Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di New York, che hanno monitorato l’uso di internet dall’inizio della mobilitazione, Twitter è stato lo strumento più usato dai manifestanti per scambiarsi informazioni e comunicare con l’esterno. Milioni i tweet con hashtag inerenti alla protesta come #direngeziparki, #occupygezi o #geziparki. Ciò che differenzia principalmente il caso turco da altri recenti movimenti di piazza risulta essere che il sito di microblogging è stato utilizzato soprattutto per scambiare informazioni tra attivisti. L’88% dei messaggi sono stati scritti in turco e il 90% è stato inviato dalla Turchia (il 50% da Istanbul). Invece, durante la rivoluzione egiziana ad esempio, solo il 30% dei tweet sulla relativa piazza Tahrir furono inviati da utenti locali.

Tanti i personaggi famosi come Madonna, Roger Waters, tra i fondatori dei Pink Floyd, la stella di Hollywood Ashton Kutcher e lo stesso amministratore delegato di Twitter Jack Doresey, che hanno usato Twitter per esprimere la propria solidarietà al movimento Occupy Gezi. I social media sono stati quindi fondamentali in Turchia per bypassare la censura dei media tradizionali, sotto accusa per il blackout informativo quasi totale e la scarsa attenzione dedicata alle manifestazioni nei primi giorni della protesta.

 

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