Re Giorgio e lo stato di crisi

Prosegue la situazione di incertezza politica dell’Italia e continua l’attivismo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano attraverso cinque nomine presidenziali. Il Capo dello Stato ha nominato negli ultimi giorni quattro nuovi senatori a vita –potenzialmente determinanti per la creazione di nuova maggioranza al Senato, dove si discute in Giunta la decadenza di Silvio Berlusconi – e un nuovo giudice della Corte costituzionale, Giuliano Amato.

Se di Amato – ex presidente del Consiglio e autore di alcune delle riforme più importanti durante la transizione tra la Prima e la Seconda repubblica come quella del sistema bancario italiano – non può discutersi la figura scientifica, discutibile potrebbe rivelarsi l’opportunità della scelta di Napolitano. Facile infatti immaginare le reazioni alla nomina da parte del mondo politico e giornalistico in polemica con la “casta”, soprattutto dopo lo scalpore che suscitò qualche tempo addietro la notizia di una presunta esorbitante “pensione d’oro”, poi smentita dallo stesso Amato durante un’apparizione televisiva.

Per ora non sono mancate le critiche del M5s di Beppe Grillo e del quotidiano “il Fatto”. Il Capo dello Stato dopo Berlusconi è divenuto il bersaglio principale del quotidiano diretto da Antonio Padellaro dalla vicenda delle intercettazioni di Nicola Mancino, delle quali il Quirinale chiedeva la distruzione e che vide contrapporsi il Colle da una parte e la procura di Palermo dall’altra. Proprio l’opinionista del “Fatto” Marco Travaglio aveva lanciato contro “Re Giorgio” e il suo attivismo istituzionale a sostegno delle larghe intese una dura frecciata nel corso della prima puntata de “La Gabbia”, il nuovo programma di Gianluigi Paragone. Il Presidente della Repubblica viene descritto dagli ambienti “anti-casta” come il protettore del sistema dei partiti e dello stesso Berlusconi che ne ha avvallato la rielezione, dunque come il promotore di un nuovo consociativismo.

È vero invece che Napolitano si sta muovendo all’interno della sfera di libertà e di attribuzioni che il sistema costituzionale italiano riconosce al Capo dello Stato: il dettato costituzionale gli attribuisce espressamente la facoltà di nominare cinque senatori e cinque giudici costituzionali ed è opinione condivisa da buona parte della dottrina che la posizione che l’ordinamento assegna nel sistema al Presidente della Repubblica lo pone, nei casi di patologia dello stesso sistema, come il “reggitore dello stato di crisi”.

Ed è proprio questo il ruolo di Napolitano. Un ruolo iperattivo. Lo stesso di altri prima di lui, da Cossiga a Scalfaro. Quando la politica è forte chi ricopre quella stessa carica può ridursi a svolgere un ruolo quasi notarile, quando la politica è debole, divisa, bloccata, ci pensa il Quirinale a sbloccare la situazione.

È il ruolo di un sovrano? Alcune delle prerogative presidenziali sono storicamente mutuate proprio da quelle regie d’epoca statutaria. La questione è un’altra. Napolitano è stato rieletto all’insegna di un compromesso tra le forze politiche che egli stesso ha invocato contro i nuovi spettri della crisi economica e dell’estremismo demagogico. La sua figura istituzionale è conosciuta e quella politica anche. E’ un comunista della corrente migliorista, cita Gerardo Chiaromonte, cioè l’oppositore di Violante ai tempi della presidenza di questi della Commissione antimafia. Il suo ex consulente giuridico, il vituperato D’Ambrosio, combatté la mafia in Sicilia assieme a Giovanni Falcone.
Si tratta di capire se “Re Giorgio” riuscirà a portare dalla sua parte, oltre ai partiti, gli italiani.

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