Tutti più in forma grazie al chip M7 del nuovo iPhone 5S

Il chip M7, tra le novità introdotte nel nuovo iPhone 5S, viene considerato un’importante innovazione tecnologica che permetterà di utilizzare lo smartphone Apple come efficace strumento di misurazione dell’attività fisica.

Il chip, definito da Apple un “motion coprocessor”, è stato progettato in modo da permettere la raccolta e l’elaborazione continua dei dati provenienti dai vari sensori di movimento di cui è dotato l’iPhone – accelerometro, giroscopio e bussola.

L’M7, operando separatamente dal processore principale, può rimanere in funzione minimizzando il consumo di batteria anche quando il cellulare è in stand-by. In questo modo, le varie applicazioni cosiddette di “fitness tracking” – come FitBit, Jawbone Up, Nike Plus – potrebbero fare a meno di dispositivi esterni al telefono per accedere alle informazioni sullo stato dell’attività fisica dell’utente.

Grazie al nuovo chip dell’iPhone 5S, braccialetti e gadget vari potrebbero non essere più necessari a chi vuole cercare di migliorare la propria forma fisica raccogliendo e analizzando quanti più dati possibili sul proprio stile di vita. Questa è la filosofia del movimento “Quantified Self“, così battezzato nel 2007 da Gary Wolf e Kevin Kelly, redattori della rivista statunitense Wired. Wolf ha avuto occasione di parlare del Quantified Self anche in un intervento alla celebre conferenza TED, nel 2010.

Sposare le idee del movimento “Quantified Self” significa ambire a migliorare il proprio stato di salute facendo leva sulla conoscenza analitica di come spendiamo il nostro tempo: quanto ci muoviamo, quanto profondamente dormiamo, cosa mangiamo, quanto siamo stressati. Avere a disposizione dei sensori che tracciano automaticamente e continuamente tutte queste attività consente di creare una comprensione profonda delle nostre abitudini.

Questa consapevolezza di se stessi può essere sfruttata per aiutarci in vari modi ad aumentare il nostro stato di benessere; per esempio, motivandoci nel tempo a raggiungere obiettivi quotidiani, condividendo i nostri progressi con gli amici sui social network, oppure fornendoci validi consigli su quale attività può essere più adatta al nostro attuale stato psico-fisico.

Più dati vengono raccolti, maggiori saranno le possibilità di trarne informazioni utili. Negli ultimi mesi due startup statunitensi hanno addirittura prodotto dei dispositivi – indossabili come braccialetti – in grado di rilevare i cambiamenti emotivi. Contemporaneamente tuttavia, due startup rivali – Zeo e WakeMate – che si occupavano di produrre dispositivi in grado di tracciare la qualità del sonno, hanno chiuso i battenti.

Inoltre, una recente ricerca accademica citata dal The New York Times, contesta l’accuratezza dei sensori di movimento, notando come, a causa di limiti di progettazione o delle modalità di implementazione, essi possono sottostimare notevolmente le attività fisiche a “bassa intensità”, oppure fraintendere completamente anche attività fisiche più intense, come pedalare.

Anche la satira sociale mette in dubbio l’efficacia di un approccio considerato ossessivo alla misurazione della vita: dopo il “metrosexual”, si parla ora di “datasexual”, per indicare le persone ossessionate dalla raccolta di dati su se stessi. Essi lo fanno per migliorarsi ma soprattutto per condividere dati e foto sui social network con gli amici, spesso con l’intento di apparire migliori di come si è nella realtà.

Nonostante questi passi falsi, il movimento del Quantified Self ha un sostenitore d’eccezione: Stephen Wolfram, il fisico e matematico britannico autore dell’ambiente di calcolo Mathematica, e dello stupefacente motore di ricerca “computazionale” Wolfram|Alpha. Wolfram, in un post dell’anno scorso sul suo blog, asserisce di esser certo che “un giorno tutti raccoglieranno continuamente ogni sorta di dato su se stessi“, e che questi dati potranno essere utilizzati per “spiegare come e perché accadono le cose, e conseguentemente effettuare proiezioni e predizioni“.

Wolfram sostiene che “l’analitica personale” – come lui la definisce – si rivelerà immensamente utile, permettendoci di vivere le nostre vite in una dimensione completamente nuova. L’innovazione apportata da Apple col chip M7 è forse un ulteriore passo verso questo ambizioso orizzonte.

[Fonte: MIT Technology Review]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *