L’amore come arma contro i talebani: le storie di Sushmita e Malala

Questa è la storia di due donne, che hanno sfidato uno dei regimi più spietati e sanguinolenti di tutti i tempi, quello dei Talebani. La prima, Sushmita Bonerjee, è stata uccisa a colpi di mitra in una città nei pressi di Kabul, la seconda, Malala, non doveva esserci più, le avevano sparato in faccia all’uscita della scuola, ma è miracolosamente sopravvissuta. Ora, vive in Inghilterra, ha scritto un bellissimo libro, distribuito oggi in oltre 30 Paesi ed e’ candidata al Nobel per la pace. Sono storie diverse, ma con un denominatore comune: l’amore.

Sushmita Bonerjee era un medico, ma dall’inizio degli anni 90 le era stato impedito di lavorare, o meglio, di fare ciò che amava di più: curare le donne del suo amato Paese. Minacciata di morte, riuscì rocambolescamente a scappare, ma nel suo cuore riecheggiava, come il mare in una conchiglia, una promessa: quella di ritornare per assistere nella malattia le donne afghane.
Confidando in un mutamento politico e culturale a seguito dell’intervento militare americano, ha coronato il suo sogno, ma il 5 settembre del 2013 è stata uccisa nella sua casa a 180km da Kabul. Dopo averla crivellata di colpi, le hanno strappato i capelli dalla testa, estremo gesto di umiliazione nei confronti di una donna che ha sacrificato gli agni di una vita comoda per amore delle sue pazienti. Infatti, Bonerjee all’estero era diventata famosa con il suo libro, Kabuliwale Bangai Bou, letteralmente La moglie bengalese di un uomo d’affari di Kabul, da cui è stato tratto anche un film di Bollywood, l’industria cinematografica di Mumbai, uscito nel 2003 col titolo Escape from Taliban.

Malala Yousefzai è nata nel 1997 in Pakistan e sin da bambina, aiutata da un padre comprensivo e amorevole, mostra tutto il suo amore per la scrittura, tanto che a 11 anni con uno pseudonimo inizia a scrivere un diario per la BBC, denunciando i divieti imposti dai Talebani alle bambine di andare a scuola. Soffre tanto, Malala. Si ribella, non capisce chi si oppone tra lei e il suo sapere di conoscenza, finché il 9 ottobre del 2012, quando ha solo 15 anni, le sparano in volto e viene ricoverata a Birmingham, in Inghilterra. Dopo mesi di atroci dolori, durante i quali le hanno dovuto ricostruire parte del viso, la casa editrice presso cui lavora il padre le ha permesso di raccontare la sua storia in una autobiografia “Io sono Malala“, dedicata a tutte le ragazze che si ribellano alle ingiustizie.

Ha idee semplici e chiare, tipiche delle ragazze della sua età: ” Quando ero in classe e le mie amiche avevano paura di seguire le lezioni, le chiedevo di prendere in mano i libri e le penne, perché solo così si può cambiare il mondo”. Quando ha parlato all’Onu il giorno del suo sedicesimo compleanno, si è emozionata visibilmente: “Erano presenti circa 400 persone, ma ne vedevo a migliaia, tutti i bambini obbligati a lavorare o quelli che soffrono per il terrorismo. Mi sembrava che fossero lì ad aspettare qualche mia parola che li potesse aiutare”.

Malala è timida, quando parla, ha l’aria insicura, ma quando scrive il coraggio non le manca: ” A chi mi prende in giro per la mia bassa statura, dico sempre che Dio mi ha reso alta come il cielo, talmente alta che nessuno è in grado di misurarmi”. Come la dottoressa Bonarjee ha un sogno: ritornare nel suo Paese. ” Il Pakistan mi manca molto. Mi mancano i bambini che giocano per le strade con gli aquiloni, la voce dei vicini che chiedevano del cibo in prestito, mi manca la pianta di mango, che innaffiavo con la speranza di godermi i frutti con i miei fratelli o i miei figli. Voglio farvi ritorno per trasmettere il mio amore per la scuola a quei 5, 1 milione di bambini pakistani, che non vanno nemmeno alle elementari. Il mio futuro sarà in politica, per far rispettare la nostra Carta costituzionale, che sancisce il diritto di tutti i bambini all’istruzione e per volere di Allah, che nel Corano dice che tutti hanno diritto alla conoscenza, tutti devono sapere perché il cielo è blu”.

Sono storie diverse, ma entrambe storie di amore, che è il sentimento necessario affinché possa esserci pace. Lo aveva capito Gesù Cristo quando raccomandava di amare il prossimo come si ama la propria persona, speriamo lo capisca anche la commissione che ad Oslo dovrà assegnare il Nobel per la pace. Malala darebbe lustro al premio, oltre che a riceverne.

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