Dark Skies – Oscure Presenze: arrivano i Grigi

La famiglia Barrett è la tipica american family di oggi: con qualche problema finanziario (il padre, Daniel, ha perso il lavoro) e con due figli, Jesse e Sam, che crescono tra le difficoltà tipiche delle loro rispettive età. Ad un certo punto, in casa Barrett cominciano a verificarsi strani avvenimenti: l’allarme di casa suona apparentemente senza motivo per diverse notti di seguito e le foto di famiglia scompaiono misteriosamente, lasciando le cornici vuote. I sospetti di Daniel e della moglie Lacy si dirigono verso il piccolo Sam, che da qualche tempo sta manifestando comportamenti riconducibili a forme di autismo e sonnambulismo. Ma quando Lacy una notte intravede un’inquietante figura in camera del figlio e dopo che tutti i membri della famiglia iniziano a subire improvvisi blackout (come posseduti per pochi secondi da una forza esterna), i coniugi Barrett si renderanno conto di dover fare i conti con una terribile minaccia proveniente dal cielo.

Dopo i fanta-horror Legion e Priest, Scott Stewart compie dunque una virata verso un’altra tipologia di horror: allineandosi alla tendenza realistico-intimista degli ultimi anni, Dark Skies mostra l’orrore che squarcia il velo della banalità quotidiana e familiare. Con l’ausilio dei filmati di sorveglianza presenti in casa Barrett (in grado di aumentare la tensione mantenendo il realismo) e servendosi di personaggi che ricordano un po’ quelli di Poltergeist, un po’ quelli di Fenomeni paranormali incontrollabili, la pellicola di Stewart ha il pregio di costruire un intreccio solido e che sfrutta efficacemente il climax per quasi tutta la durata.

Dark Skies – Oscure Presenze: arrivano i Grigi

Se il soggetto è stravisto e nemmeno trattato in maniera originale (palese la somiglianza con Signs di Shyamalan, non solo per le tematiche), i punti di forza di Dark Skies risiedono nella performance, ben sopra la sufficienza dell’intero cast, da Keri Russell a Josh Hamilton, passando per i piccoli Dakota Goyo (già visto in Real Steel) e Kadan Rockett, e soprattutto nella presenza latente e costante dell’ignoto. A questo proposito, nonostante le scene più spaventose siano quelle in cui l’orrore si palesa (rigorosamente in penombra), la tensione rimane palpabile per tutto il tempo, anche grazie ad un montaggio intelligente, in grado spesso di creare un effetto straniante per lo spettatore, senza per questo rendere la narrazione confusa o pretestuosa.

Ciò che invece fa perdere qualche punto alla resa finale di Dark Skies è il pre-finale, in cui viene inserito, forse temendo mancanza di chiarezza, un espediente narrativo abusato e prevedibile: il dialogo con l’esperto dei visitors (interpretato da J.K. Simmons, che rivedremo in Steve Jobs nel 2014), pur denotando un apprezzabile approccio anticomplottista (“I rettiliani non esistono”) in qualche modo smorza la tensione ascendente. Tuttavia senza correre il rischio di proporre un finale deludente. Anzi, proprio questo si rivela un altro punto a favore per la pellicola di Stewart. Che dal canto suo, mostra una regia più accorta e sicura rispetto ai precedenti lavori.

In definitiva, Dark Skies, pur non aggiungendo nulla di nuovo al genere, ed evitando qualsiasi velleità antropologica, svolge bene il suo compito e arriva dritto all’obiettivo: inquietare. E se non ti chiami Kubrick o Polanski, tanto basta.

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