Verso rifiuti zero: l’inganno della raccolta differenziata

Quello che per noi normalmente è spazzatura, per altri è oro, o meglio, danaro sonante. Quando depositiamo negli appositi contenitori quattro bottiglie di vetro, ad esempio, è come se effettuassimo un versamento di 13 centesimi. Ma a favore di chi?

Sono in pochi a chiederselo, eppure è un aspetto, oserei dire, quasi cruciale per le comunità locali, perchè incide pesantemente sui bilanci e indirettamente sulle tasche dei cittadini. Per una corretta analisi del problema la Bibbia è una sola: l’accordo tra l’associazione nazionale dei comuni d’Italia (Anci), e il Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi, di cui fanno parte un elenco obbligatorio di consorzi, terminali unici del conferimento di ogni singola aliquota o frazione merceologica e, fatto ancora più importante, sono gli unici deputati a pagare un corrispettivo in danaro per quanto conferito dai comuni.

Teoricamente, ci troviamo di fronte a una norma intelligente, che promuove, sulla carta un sistema perfetto: i comuni stimolano la raccolta differenziata e stimolandola aumentano le frazioni riciclate, incrementando le quali, aumenta anche la quantità che arriva a valle della filiera ai consorzi nazionali, con conseguente crescita degli introiti incassati dai comuni. E invece di quattrini i comuni ne vedono veramente pochi, prima di tutto per colpa loro. Pigrizia, dabbenaggine, incompetenza, incapacità di approfondire la conoscenza della materia. Molto più comodo dare una delega a manager e professionisti che si presentano con contrattoni precompilati, promettendo lauti guadagni con il minimo sforzo per i comuni.E in periodo di crisi, sono tanti a crederci e delegano tutta la gestione del ciclo raccolta rifiuti. Non sanno che le società delegate, da questo momento in poi, faranno come gli pare e piace, perchè loro a differenza dei sindaci, la procedura se la sono studiata molto, ma molto bene, applicando i loro ingegni, molto spesso a percorsi di applicazione concretamente deviati.

Soprattutto, hanno costruito e consolidato nel tempo un rapporto intenso e di reciproca soddisfazione con i titolari delle piattaforme,dato che si tratta della stazione intermedia del percorso. Intermedia, ma cruciale, dato che la partita vera si gioca all’interno di queste. Un esempio potrà chiarire quanto abbiamo affermato. Riprendiamo le ormai famose quattro bottiglie di vetro, che pesano circa 4 kg. Il gestore del servizio della raccolta differenziata preleva le quattro bottiglie e le porta alla piattaforma convenzionata o con il Comune o, nel caso in cui il Comune faccia parte del Cub, con il Consorzio dei Rifiuti. Le quattro bottiglie arrivano e vengono pesate. Il peso rilevato viene annotato sul FIR che sta per formulario di identificazione rifiuti, il quale è nelle mani dell’autista che materialmente ha trasportato le 4 bottiglie. Se ci trovassimo in un luogo normale la partita dovrebbe essere terminata o quasi. Dalla piattaforma le 4 bottiglie dovrebbero essere portate in vetreria, per il riciclaggio e per il riutilizzo, sotto l’egida e il controllo del Coreve, un consorzio Conai che si occupa del vetro.

E il Coreve, una volta registrata l’identità del mittente delle bottiglie, dovrebbe corrispondergli unacifra (13,6 centesimi di euro). Ma questi soldi i comuni non li vedono nemmeno con il binocolo, o meglio, dei 34 euro che dovrebbero incassare per ogni tonnellata di vetro conferita, ne incassano sette o otto. E questo perchè? Perchè firmando la delega contenuta nell’accordo anci-conai, sono tagliati fuori da tutto e soprattuutto dai controlli sulla qualità del materiale conferito. Tale dichiarazione è esclusivamente nelle mani del consorzio Conai. Più il materiale conferito dai comuni è puro, più incassa. All’inverso, aumentano i costi di selezione del materiale riciclablile e questo importo viene ad essere decurtato dai 34 euro che virtualmente il comune dovrebbe incassare per ogni tonnellata di vetro. Non è casuale che sia scomparsa dalla bozza di modifica dell’accordo Anci-Conai la figura di un organo terzo che avrebbe dovuto controllare la veridicità della dichiarazione sulla qualità dei materiali conferiti.

Ma ci sono dei dati che inchiodano ineluttabilmente i Comuni alle loro responsabilità. Dei circa 12 miliardi di euro fatturati dal Conai (per il 2013 si prevede un ulteriore aumento del 4%) nemmeno 1/3 è entrato nelle casse dei comunali, che rinunciano a cuor leggero a queste entrate pur ricorrendo spesso ad anticipazioni di cassa, sinonimo di realtà deficitorie. Non solo si accontentano delle briciole, quando potrebbero avere la fetta più grande, ma la cosa più grave è che queste risorse servirebbero a coprire i costi del servizio di igiene urbana, il cui mancato introito fa sì che a pagarne le conseguenze siano i cittadini, che si vedono recapitare bollette sempre più salate e ingiustificate rispetto alla qualità del servizio stesso. Il grande inganno è che in Italia si paga tanto perché noi italiani non sappiamo fare la raccolta differenziata. I dati economici del Conai smentiscono questo assunto. La realtà è che l’Italia si regge su politiche acefale, che hanno generato dei mostri normativi come il sistema Conai, che impedisce ai Comuni di sfruttare i rifiuti come risorse economiche.

Bisogna liberalizzare il mercato dei rifiuti. Se i comuni iniziassero a vendere direttamente i materiali da riciclare avrebbero di certo un introito maggiore. In particolare vetro e carta, hanno un valore economico. Per questo i Comuni, mantenendo un ruolo di sussidiarietà del Conai, andrebbero posti nelle condizioni di poter direttamente negoziare la vendita di prodotti da riciclare con le imprese che operano nel settore del recupero. In questo modo i comuni potrebbero ricevere introiti da impiegare nel finanziamento delle attività di raccolta e in possibili alleggerimenti della tariffa applicata ai cittadini per il conferimento dei rifiuti solidi urbani. Ritornando per l’ultima volta alle quattro bottiglie di vetro, con l’attuale sistema i Comuni non incassano i 13 centesimi, derivanti dal loro riciclo e che si perdono nei vari passaggi della filiera del Conai.

Liberalizzando il mercato, i comuni potranno decidere come e a chi venderle, incassando direttamente il ricavato, a condizione di spostare progressivamente l’attenzione dalla percentuale di raccolta differenziata alla quantità e alla qualità di materiale effettivamente recuperato. Quali le conseguenze? Città più pulite, cittadini più felici con il portafoglio più gonfio, attività commerciali più serene. Basta davvero così poco.

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