Traffico di minori contesi, sgominato gruppo internazionale a Palermo

È il 29 maggio 2012. A Villagrazia di Carini (Palermo) è appena stato spento l’incendio dell’Hotel Portorais quando i carabinieri scoprono che sotto la cenere cova un “incendio” ben più grave: un traffico di minori contesi su scala internazionale.

Al centro della vicenda la compagna del titolare dell’albergo, l’ex campionessa olimpionica di vela (bronzo a Seul 1988) Larysa Moskalenko, a Palermo da oltre vent’anni. È lei, secondo le indagini, a tessere le fila dell’intera ragnatela, al cui vertice c’era Martin Vage, presidente della Abp World Group, società norvegese di sicurezza privata, finito in manette a fine ottobre. Tra i servizi offerti dalla società “un vero e proprio sodalizio di contractors, per la maggior parte veterani dei corpi speciali delle Forze Armate di mezzo mondo” sottolineano gli inquirenti, c’è anche il “recupero” dei bambini contesi da genitori di nazionalità diverse, realizzato attraverso le imbarcazioni messe a disposizione dalla “Sicily rent boat” di proprietà dell’ex campionessa.

Il recupero poteva costare fino a 200mila euro. L’inchiesta – coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo con la collaborazione dei Comandi Provinciali di Brescia e Trapani – è partita da Capaci, dove è stata trovata la sede centrale di un’organizzazione, i cui tentacoli si dipanano in tutto il mondo tra Tunisia, Egitto, Russia, Ucraina fino ad arrivare alla Norvegia.

Cronologia di un traffico internazionale
Il 26 settembre 2012 Peter Ake Helgesson, detto “Per”, 54 anni, ex veterano svedese della Legione straniera, contatta la Moskalenko per un’operazione da svolgersi in Tunisia. Dopo due giorni l’ex legionario ricontatta la campionessa olimpica avvertendola di avere i 13.000 euro pagati da una coppia scandinava per l’affitto della barca con cui realizzare il recupero. La Moskalenko avverte Helgesson della necessità di dotarsi di quattro giubbotti di salvataggio, uno per un bambino.
Il 3 ottobre Helgesson chiama da Port el Kantaoui: missione compiuta e ritorno previsto a Marsala quella stessa notte.

Per un’altra operazione – da realizzarsi tra Cipro, l’Egitto e il Libano – il gruppo si dota di medicinali, spray urticante e armi, “un paio di pistole” per la precisione. Per reperirle la Moskalenko chiama un numero russo, intestato ad un certo Arkadij – secondo le ricostruzioni appartenente all’Fsb, il servizio segreto russo – al quale l’ex campionessa chiede di un “generale conoscente” dal quale ottenere le armi.
La Moskalenko poteva inoltre contare anche su un magistrato ucraino, padre di una sua amica, che avrebbe potuto “accomodare” l’affidamento di un’operazione da svolgersi in Ucraina.

Un secondo “recupero”, avvenuto il 10 novembre 2012 in Tunisia, finisce con l’arresto di Hegelsson e il suo sodale Jens Daniel Bakke. Larysa Moskalenko si adopera fin da subito per il loro rilascio, contattando varie personalità politiche italiane, tra cui Fabrizio Romano – ambasciatore italiano in Ucraina, al quale la donna chiede se sia il caso di far intervenire Silvio Berlusconi – e Rosario Mondino, vice-responsabile Circoscrizione Sicilia di Amnesty International. Infine – come riporta in un recente articolo su LiveSicilia.it Riccardo Lo Verso – la donna contatta tale “Luca” ad un’utenza intestata all’Italia dei Valori. Secondo Vittorio Teresi, Maurizio Scalia e Calogero Ferrara, i tre pubblici ministeri che si stanno occupando del caso, quel “Caro Sindaco” con il quale inizia l’sms non lascia dubbi sull’identità di quel “Luca”, identificato nell’attuale primo cittadino di Palermo, Leoluca Orlando. Né lui né gli altri contatti mossi dalla Moskalenko, però, sembrano essere in grado di far liberare i suoi sodali.

Il “silenzio assenso” di Svezia e Norvegia sulle “operazioni umanitarie”
Le indagini hanno per ora accertato almeno quattro recuperi, ed altri erano in corso di progettazione. Data la – letterale – potenza di fuoco del gruppo, fatta di contatti con politici e appartenenti ai servizi segreti, elicotteri, potenti gommoni e armi, gli inquirenti si chiedono come sia stato possibile che ben due governi, quello norvegese e quello svedese, non solo abbiano tollerato l’operato della Abp, ma abbiano addirittura dato il loro “silente avallo”, come lo definiscono i pm.

In manette, oltre alla Moskalenko – che ha definito l’attività del gruppo “operazioni umanitarie” – sono finiti Luigi Cannistraro, Antonio Barazza e Sebastiano Calabrese, questi ultimi due skipper delle navi con le quali sono stati realizzati i due blitz in Tunisia. Vero Per Ake Helgesson, Elisabeth Wenche e Martin Vage sono invece state emanate ordinanze da eseguire all’estero attraverso rogatorie internazionali.
Tra le accuse mosse contro il gruppo: tratta e sequestro di persona nonché sottrazione e trattenimento di minore all’estero.

[Foto: dailymail.co.uk]

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