Quelle startup che dicono di no alle offerte delle grandi

Alcuni giorni fa abbiamo dato la notizia della possibile acquisizione di Snapchat da parte di Facebook, poche ore fa invece è stata ufficializzata la notizia del rifiuto da parte della prima a un’offerta faraonica di Facebook, per la precisione pari a tre miliardi di dollari. Se l’accordo si fosse concretizzato si sarebbe trattato dell’acquisizione più costosa nella storia di Facebook, considerando che Instagram è costato a Zuckerberg un terzo di questa cifra.

A questo punto ci chiediamo come mai diverse startup dicono di no a offerte veramente allettanti che ricevono dai colossi dell’informatica. Non è il sogno di ogni ragazzino fondare una startup e rivenderla per qualche fantamiliardo alla Facebook o Google di turno e godersi una vita da giovani milionari?
Apparentemente l’ambizione di alcuni baby imprenditori è talmente sconfinata da portarli a puntare ancora più in alto. Ricordo che Google stessa all’inizio cercò di essere acquisita per una cifra pari a circa un milione di dollari, mentre oggi vale intorno ai 250 miliardi!

Tornando a Snapchat, le ragioni dietro il no si spiegano con la volontà del 23enne CEO di non voler considerare offerte fino all’inizio del 2014, questo perché la sua azienda sta crescendo molto velocemente, conta su circa 5 milioni di utenti attivi giornalieri e negli USA il 9% degli utenti mobile ha scaricato l’app.
Prospettive promettenti all’orizzonte per il servizio di messaggistica, ma quanto promettenti? Si tratta di un fuoco di paglia o della next big thing?

Altri casi di startup ambiziose ci hanno colpito in passato, uno su tutti quello di Dropbox, il cui CEO Drew Huston fu convocato nel 2009 da Steve Jobs per una trattativa.
Huston rifiutò un’offerta a miliardaria e rispose a Steve Jobs che avrebbe costruito una grande azienda. Quest’ultimo rispose che Dropbox era una funzionalità, non un prodotto e che se non glielo avessero venduto lui avrebbe creato un altro prodotto, così nacque iCloud.
Tutto sommato a Dropbox è andata bene e dal 2009 ad oggi il business è migliorato.

Esistono tantissimi casi di rifiuto che però non hanno avuto un lieto fine. Tante startup, accecate dalle prospettive future e dalla possibilità di vedere moltiplicato il valore dell’azienda nel giro di pochi mesi si sono poi ritrovate con le briciole una volta terminato l’hype intorno ai loro prodotti e servizi.

È il caso ad esempio di Qwiki, Path, Viddy, Foursquare e Groupon. Queste aziende si sono rifiutate di vendere nel momento in cui tutti le volevano e oggi alcune di loro combattono per la sopravvivenza e altre non sono avanzate di un centimetro rispetto a mesi o anni fa.
Valutare se vendere o meno non è una scelta facile, molti founder considerano le loro startup come dei figli e non sono disposti a separarsene facilmente.

Funziona tutto come una scommessa, chi è più bravo a prevedere il futuro si porta a casa il montepremi più alto, chi invece dimostra di essere troppo ingordo, spesso rischia di perdere il treno giusto e veder fallire il proprio progetto.
A Snapchat auguriamo di fare la scelta giusta.

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