Nba: Indiana non balla più da sola

Chicago, Illinois: i Bulls battono i Pacers 110 a 94. Una notizia apparentemente normale nel mondo Nba; una sconfitta plausibile tra due forze della Eastern Conference che si contendono il ruolo di deuteragonista al fianco di Miami nel proscenio della lotta ad est del Mississippi. Una partita tra le 82 che le squadre disputeranno nell’arco di una lunghissima stagione. Eppure la notizia c’è…

I Pacers subiscono la prima sconfitta stagionale, dopo aver cavalcato una striscia vincente di nove partite che aveva fatto balzare la squadra di Indianapolis in vetta al ranking della sua conference e dell’intera Nba. La partita no sarebbe arrivata, è ovvio, ma il team di coach Vogel merita comunque una menzione ad hoc, simbolo cestistico del brutto anatroccolo che lentamente spiana le ali per diventare cigno.

Lo stato dell’Indiana è quanto di più lontano dalle grandi capitali del basket americano: niente luccichii o locali fashion, terra di agricoltori di mais e allevatori di bestiame. Una delle tante zone degli Stati Uniti che fanno del duro lavoro quotidiano il proprio dogma, separate anni luce dalle pagine patinate del business starlettato a stelle e strisce. Ma gli Hoosiers, il nome degli abitanti dello stato, amano il basket, e lo vivono con passione ed intensità.

La lunga tradizione dei Pacers ha un nuovo capitolo da raccontare, quello di George, Hibbert, coach Vogel: quest’ultimo ha l’aspetto di un programmatore di computer, ed erano tante le perplessità sul suo conto e sulla sua reale capacità di poter allenare un team Nba. L’abito si sa, non fa il monaco, e il coach di Indiana ha fatto del basket smash-mouth, spacca mandibola, il suo credo assoluto fin dagli esordi sul pino nel 2010. I suoi time out non sono certamente dissertazioni sul pensiero di Epicuro, o discorsi motivazionali da pastore in una messa Gospel, ma semplici richiami alla durezza mentale e fisica, controllo dei tabelloni, e intensità agonistica. E i giocatori lo seguono.

Dopo la rissa di Detroit i Pacers sembravano destinati ad anni bui; una squadra da titolo con giocatori di primissimo livello, sciolta in pochi minuti di follia, con squalifiche record, dirigenza attonita nell’osservare tanto talento sprecato con la necessità immediata di smantellare un gruppo di devianti, fortissimo, ma che ormai aveva perso del tutto il controllo. Tempi di scelte al draft, di scambi e di operazioni di mercato per ricostruire, ripartire da zero: concetto molto caro agli americani e applicato perfettamente nel basket Nba, dove anche la peggior squadra, può improvvisamente diventare un team imbattibile.

E così è accaduto anche ad Indiana, dove il lavoro dei gm Walsh, Bird e adesso Pritchard hanno riportato la squadra a volare, lavandosi via l’onta di quella notte al Palace di Detroit. Pesche al draft sensate che hanno portato Paul George, la stella della squadra, Danny Granger e Roy Hibbert, molosso di 218 centimetri, che rinverdisce la lunga tradizione dei centri provenienti da Georgetown. È lui l’erede designato del mitico olandese volante Smits, pivot dei Pacers ai tempi di Reggie Miller, e di Jermaine O’neal, lungo di quella squadra che si perse tra cazzotti e assalti al pubblico.

Mosca bianca nella versione moderna della Nba fatta di small ball (definizione di basket in cui i lunghi ci sono anziché no) e campo aperto: gioco imperniato sull’asse Hibbert – David West, isolamenti per George chiamato a togliere molto spesso le castagne dal fuoco. Un modo di interpretare il basket poco spettacolare, molto masticato, ma dannatamente concreto, con una difesa dura e arcigna, che trasmette sul parquet lo spirito dell’intero stato stato.

I giocatori in maglia Pacers non sono propriamente la bella Liv Tyler del film di Bertolucci, ma l’effetto nel mondo Nba è stato lo stesso: quello di ribaltare la normalità del basket americano contemporaneo, maturando anno dopo anno fino alla definitiva consacrazione. Lo scorso anno hanno ceduto solo a gara 7 dopo una finale di Conference durissima, che li ha visti contrapposti agli Heat. Quest’anno ci riprovano, con innesti giusti come Watson e Scola che ampliano le scelte di Vogel, e che riempiono le lacune in ruoli chiave. Un inizio di stagione immacolato, fino a stanotte, con Rose e Deng di Chicago a ridestare George e compagni.

Ma Indianapolis è pronta a far rombare nuovamente i motori, trascinati anche dall’insospettabile Lance Stephenson, caratterista fino a due stagioni fa, celebre più per le scaramucce con Lebron che per il suo gioco in campo, talento ben nascosto capace di fesserie imperdonabili, ma in grado di metter su misteriose giocate, versione made in USA dei tiri ignoranti del nostro Gianluca Basile. Una faccia poco raccomandabile, un nomignolo che incarna perfettamente lo spirito della squadra: Born Ready, nato pronto. E questi Pacers sembrano pronti per il grande ballo.

[foto: thechronicleherald.ca ]

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