Protesta anti-burqa, pm chiede un mese di reclusione per la Santanchè

Daniela Santanchè rischia ora il carcere. I pm hanno chiesto un mese di carcere per la passionalità di Forza Italia per le proteste anti-burqa. I fatti risalgono al 2009, quando Daniela Santanchè era leader del “micropartito” di estrema destra, Movimento per l’Italia, rapidamente consegnato alla polvere della storia. La Santanchè organizzò a Milano una manifestazione anti-burqa davanti alla Fabbrica del Vapore di Milano senza informare il questore. Una manifestazione che, tra l’altro, ebbe anche momenti di tensione con la comunità islamica.
Per aver organizzato questo corteo, il pm ha chiesto un mese di arresto e 100 euro di multa per l’imputata Santanché, mentre 2mila euro di multa sono stati chiesti per l’egiziano, Ahmed El Badry, che sferrò un pugno nello sterno alla deputata e per questo accusato di lesioni.

Il 20 settembre del 2009, all’interno della Fabbrica del Vapore, si erano radunati circa tremila musulmani per i festeggiamenti di fine Ramadan. Daniela Santanché inscenò la manifestazione assieme a una ventina di attivisti, chiedendo l’intervento degli agenti presenti, affinché obbligassero le donne musulmane che entravano nell’edificio a scoprirsi il volto, in base ad una legge del 1975, che vieta di circolare a volto coperto. Un gesto avvertito come una provocazione dalla comunità riunitasi per la propria festa. Alcuni reagirono nel momento in cui la Santanchè intimò a due donne di abbassarsi il velo e un egiziano, Ahmed El Badry, la colpì con il braccio ingessato, facendola cadere a terra e costringendola così a recarsi al Fatebenefratelli, dal quale uscì con una prognosi di 20 giorni.

Secondo il vice procuratore onorario Francesca Roccia, Daniela Santanchè va condannata perché la protesta di quel giorno non era un’iniziativa personale dell’imputata, ma una vera e propria manifestazione a cui avevano partecipato “persone riunite con il medesimo intento: manifestare contro l’uso da parte di persone musulmane del velo che copre il volto, facendo riferimento a una legge risalente agli anni Settanta che dice che non si può andare in giro con il volto coperto“.

La deputata, che ieri si è presentata al processo per rendere esame con la doppia veste di imputata e parte offesa, non ha negato di essere stata promotrice di quella manifestazione, ma si è opposta all’accusa che la stessa sarebbe avvenuta senza aver inviato, con le modalità volute dalla legge, “una formale comunicazione” al questore. L’onorevole quella mattina avrebbe avvertito “personalmente, chiamando dalla mia auto con il mio cellulare, il questore“. Una telefonata che annunciava il suo arrivo al presidio con tanto di scorta ma che, secondo il magistrato, non rientra nelle modalità volute dalla norma.

Il rappresentante dell’accusa, nel chiedere un mese di arresto e 100 euro di multa, specificando che quello di cui risponde la parlamentare è un reato contravvenzionale, ha sottolineato che l’allora leader del Movimento per l’Italia merita la concessione delle attenuanti generiche per il suo comportamento processuale, essendosi fatta interrogare, e perché incensurata. Il pm, inoltre, non si è opposto alla concessione alla Santanchè della non menzione e della sospensione della pena. Per il vice procuratore onorario, l’egiziano che quel giorno le sferrò un pugno nello sterno fino a farla accasciare al suolo e costringerla ad una visita in ospedale, non merita invece le attenuanti generiche e nemmeno quelle “della provocazione in quanto ha colpito una persona, oltre tutto di sesso femminile, che esprimeva delle opinioni e non c’era motivo di colpirla“.

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