Alluvioni e polemiche, la Sardegna devastata dalla mano dell’uomo

Sedici morti e 901 sfollati. Sembrano questi al momento gli unici dati certi sul disastro idrogeologico che ha colpito la Sardegna nei giorni scorsi. Per il resto, la tragedia sembra non avere troppe certezze. Non si sa quando arriveranno i fondi per il ripristino delle infrastrutture e non si sa quale sarà l’effettiva entità di questi interventi. Soprattutto non si sa ancora a chi attribuire eventuali colpe e le polemiche continuano a susseguirsi su vari fronti.

Le bombe d’acqua che hanno causato gli sconvolgimenti dell’ultima settimana nell’isola erano certamente imprevedibili quanto a portata. Ma da più parti si continuano a chiamare in causa anche responsabilità attribuibili alla “mano dell’uomo”, così come l’ha definita il vescovo durante i funerali delle sedici vittime.

Inizialmente si è parlato di una non tempestività da parte di sindaci e protezione civile nel diffondere l’allarme tra la popolazione. Poi è stato il turno del governatore della Regione, Ugo Cappellacci, che avrebbe revocato un milione e mezzo di risorse destinate proprio all’assetto idrogeologico. La cifra era stata assegnata agli enti locali per “ampliare ed approfondire il quadro conoscitivo dell’assetto idrogeologico del territorio regionale, individuando in particolare le criticità idrauliche e da frana e la relativa pericolosità di aree non ancora studiate interne ai territori comunali”, ma sarebbe stata cancellata. Questi fondi avrebbero forse permesso la messa in sicurezza di fiumi, bacini d’acqua ponti e strutture nei pressi dei centri abitati, ma invece, per il 2013, sono stati tagliati.

Stefano Deliperi, presidente del Gruppo di intervento giuridico, ha sottolineato che vittime della improvvisa ondata di maltempo sono stati soprattutto quei quartieri edificati in zone a rischio idrogeologico come nella piana olbiese. Urbanizzazione selvaggia e sconsiderato consumo del suolo, violazione di qualsiasi norma di pianificazione sono stati i fattori che hanno contribuito alla tragedia.

Ad Olbia in circa 40 anni si sono susseguiti numerosi “piani di risanamento”, ossia condoni. “Olbia è una città nata senza regole” ha detto l’assessore comunale alla Protezione Civile Ivana Russo, “il problema si chiama Puc, Piano urbanistico comunale“. Quasi tutta Olbia era abusiva ed è stata sanata. “Abbiamo le mani legate – spiega ancora l’assessore – perché la gente ha pagato gli oneri di urbanizzazione ed ora è a posto per la legge. Nonostante le case siano costruite a quindici metri dai canali, sopra i letti dei fiumi, in punti dove sono secoli che esondano i torrenti, sono in regola“.

Ma l’abusivismo non basta a spiegare il motivo per il quale non siano ancora stati fatti interventi sul territorio. Nel disastro sardo c’entrerebbe anche il patto di stabilità. Ancora l’assessore Russo spiega: “Abbiamo 50 milioni di attivo e non possiamo toccarli per colpa del patto di stabilità”. Quei soldi potrebbero essere impiegati per mettere in sicurezza il territorio, ma Olbia, pur essendo un comune virtuoso non può spendere quello che ha in cassa, poiché circa la metà finisce in un fondo di salvaguardia alla banca centrale. Anche le regole di austerity imposte dal governo e dall’Ue rivestirebbero quindi un ruolo determinante nell’incuria dei territori, impedendo spese che dovrebbero essere destinate alla manutenzione.

E le polemiche intorno al disastro riguardano anche la solidarietà. Alcuni cittadini, infatti, avrebbero portato alla Croce Rossa bustoni contenenti abbigliamento invernale e generi alimentari di prima necessità, come aiuto per gli sfollati. Stando ad una testimonianza pubblicata da l’Unione Sarda, il gesto di solidarietà sarebbe stato respinto con questa motivazione: “Non possiamo ritirare roba usata, deve avere ancora il cartellino, se no gli sfollati si sentono ancora più tristi di quanto siano e poi molti di loro vi assicuro che non la accettano“.
Francesco Gallistru, presidente regionale della Croce Rossa, avrebbe poi precisato che “in questa situazione d’emergenza la Croce Rossa può ricevere solo vestiario nuovo per poterlo consegnare subito alle persone bisognose coinvolte nell’alluvione. Un capo d’abbigliamento usato andrebbe trattato come da procedura e igienizzato: ci vorrebbero sei, sette giorni e si consegnerebbe a emergenza conclusa“.

[Foto: corriereuniv.it]

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