In Afghanistan le donne pedalano verso la libertà

In un paese che ha il viso offuscato, come quello delle sue donne, prigioniere di un sistema che prevede matrimoni precoci e forzati, segregazione, stupri e divieti di ogni sorta, arriva un barlume di speranza proprio dalle principali vittime di una politica di dura repressione.

45 donne in sella a una bicicletta lasciano scorrere la paura nel vento, pedalando al di là dei pregiudizi della società cui appartengono. Hanno coraggio da vendere, ma soprattutto nutrono un profondo amore per il loro paese, l’Afghanistan, ed è alzando la bandiera attraverso lo sport, che vogliono uscire dal buio di una cultura ancora chiusa.

Sono state proprio loro a fondare recentemente la prima squadra di ciclismo femminile afghana e il loro obiettivo è quello di partecipare alle Olimpiadi giapponesi del 2020. Vogliono tornare in patria da eroine, poichè coscienti del fatto che non sarà rimanendo nascoste nelle loro case, che mostreranno il loro valore.

In Afghanistan le donne pedalano verso la libertà

Tutto è nato con Shannon Galpin, giunta in Afghanistan dagli Stati Uniti con il sogno di aiutare le giovani donne e i bambini in quel luogo noto per i conflitti e le disparità. È arrivata in sella a una bicicletta, che è stata per lei indispensabile per rompere il ghiaccio in una terra così diversa e ostile e comunicare con persone con cui non avrebbe mai pensato di poter entrare in contatto. È riuscita da subito a instaurare un rapporto con gli uomini del posto, che l’hanno accolta gentilmente. Pur essendo donna, era straniera e allora le convinzioni stranamente cadevano.

Ha conosciuto anche le loro donne, segregate in casa. Parlando con loro si è resa conto del forte desiderio che covavano di provare il sentimento di libertà, così poco familiare e così lontano dalla loro portata. Avrebbero potuto scendere in piazza, ribellarsi, ma non era quello che volevano veramente. Allora Shannon ha pensato bene di condividere con loro la sua passione per il ciclismo, la maniera migliore per sentirsi liberi, immersi nei paesaggi suggestivi. Così è nata la prima squadra di ciclismo femminile afghana, con il velo sotto il casco e il sorriso largo di chi insegue con fiducia il sogno di conquistare pari dignità anche nello sport.

Per una donna però pedalare in Afghanistan – così come guidare una macchina – è un vero e proprio tabù e rappresenta soprattutto un rischio. Una donna che va in bici è vista non solo come un pericolo pubblico ma anche come immorale, una rivelazione su un sellino di bicicletta.

“Queste donne sono salite su una bici perché è divertente, non per scatenare una rivolta.” ha spiegato Shannon, che si è aggiudicata il titolo di National Geographic Adventurer 2013 dopo aver pedalato per i 225 chilometri della Valle del Panijshir in Afghanistan.

La situazione delle donne afghane è molto difficile, ma ora qualcosa sta cambiando ed è tutto merito di quelle coraggiose che hanno fatto cose coraggiose. Sono la speranza del paese e il loro ruolo dovrebbe essere attivo in ogni aspetto della vita. La bicicletta è il loro strumento di ribalta, di emancipazione e attraverso cui possono dimostrare la loro femminilità libera da qualsiasi ostacolo.

Dicono che non hanno il diritto di andare in bici per strada. Ma loro non demordono, accelerano e pedalano verso la libertà.

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