Prezzi alle stelle, la denuncia: c’è la tassa Covid-19
Prezzi alle stelle, la denuncia: c’è la tassa Covid-19

Prezzi alle stelle, la denuncia: c’è la tassa Covid-19

La ripresa delle attività dopo lo stop per il coronavirus segna un aumento dei prezzi: la denuncia del Codacons sull’introduzione della tassa Covid

Due euro in più per un taglio, a volte anche quattro; e poi 10 euro per l’acquisto obbligatorio di un kit anti-contagio. Sono alcune delle segnalazioni che arrivano dopo la riapertura delle attività e che rientrano sotto il nome di ‘tassa Covid‘. E’ stato ribattezzato così l’aumento dei prezzi di alcuni servizi in seguito alle riapertura che ci sono state dal 18 maggio. Negozi e parrucchieri, bar e ristoranti: su le saracinesche, ma anche i prezzi, stando a quanto denunciato dal Codacons.

Se sembrano essere solo casi isolati per l’aumento dei prezzi del caffè, il coordinamento delle associazioni dei consumatori rimarca come qualcuno sta facendo pagare ai clienti il prezzo delle sanificazioni. Così per i parrucchieri, ad esempio, si è registrata un’impennata del 25% per taglio o messa in piega. Dai due ai quattro euro in più che, in alcuni casi, figurano anche nello scontrino fiscale con la voce ‘contributo Covid’.

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Tassa Covid, parrucchieri e centri estetici: rincaro dei prezzi

TASSA COVID CENTRI ESTETICI
Un centro estetico © Getty Images

In effetti si tratta di una vera e propria tassa Covid che sta pesando sulle tasche dei consumatori. In alcuni casi, la denuncia del Codacons, si è arrivati a imporre dei kit obbligatori da indossare a spese del cliente con un costo di 10 euro.

Le segnalazioni si susseguono per una prassi “scorretta che si sottrae forse anche dal punto di vista fiscale” a quanto dovuto al consumatore, secondo la denuncia di Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Una prassi però consolidata soprattutto per parrucchieri e centri estetici, ma non solo: la tassa Covid è applicata anche da alcuni dentisti. Un aumento generale del 25%, che però tocca anche punte addirittura del 66%. Un’impennata sicuramente dovuta alla rigidità del protocollo da attivare, con costi consistenti per le attività, ma assolutamente non corretta nei confronti del consumatore.

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