’12 anni schiavo’: i campi del sud, Dio e il tempo perduto

La schiavitù americana non fu tematica da spaghetti western alla Sergio Leone. Fu un olocausto. I miei antenati sono schiavi. Rubati dall’Africa. Io farò loro onore“. Questo il pensiero di Spike Lee, il più influente regista afroamericano, a proposito di quel Django Unchained che la scorsa stagione ha riportato in auge la tematica. Stavolta Spike apprezzerà: con 12 anni schiavo (vincitore del Golden Globe) l’olocausto è servito.

Perchè l’odissea kafkiana di Solomon Northup, talentuoso violinista sottratto alla libertà e trasformato in schiavo nel giro di una notte, viene raccontata da Steve McQueen nella maniera più realistica (oseremmo dire verista) possibile: slang antebellico, piantagioni, frammenti di sangue, carne e sudore a dar vita ad una sofferta e dolorosa epopea che parte da Saratoga, nel 1841, e si conclude nello stesso luogo una dozzina di anni dopo. Anni in cui Solomon (un convincente e misurato Chiwetel Ejiofor) viene venduto a tre diversi padroni (Paul Giamatti, Benedict Cumberbatch, Michael Fassbender), spogliato della propria identità (lo chiameranno Platt) e trascinato da un campo all’altro del sud. Il pensiero della famiglia lo sprona a non accontentarsi di sopravvivere, e a non rassegnarsi mai alla vita da schiavo. Sarà l’incontro con l’abolizionista canadese Samuel Bass (Brad Pitt) ad offrirgli l’occasione per spezzare le pluridecennali catene.

La storia di Northup emana echi di cinema classico, che la accompagnano senza soluzione di continuità. E’ la creatura di McQueen più matura, seppur somigliante per incedere sia ad Hunger che a Shame: 12 anni schiavo, dopo una partenza in sordina, avanza ora con passo tragico, ora con fare dinamico, senza però mai perdere il filo, senza mai perdere compattezza, senza mai dare la sensazione che McQueen si prostri alla grandezza del soggetto, annullando così i propri punti di forza (o di debolezza). 12 anni schiavo è cinema senza fronzoli, che mostra quell’enorme lager a cielo aperto, quale fu il sud dei giovani Stati Uniti d’America, senza voyeurismo ma col rispetto e la misura di chi trasmette un documento storico. E le memorie di Northup lo sono a tutti gli effetti.

Il regista londinese si affida alla natura, la lascia parlare e riempire i lunghi silenzi. La stessa colonna sonora si dipana su due rette parallele: le musiche di Hans Zimmer e i canti gospel degli schiavi scandiscono il ritmo del film, che viaggia con un incedere in cui il dramma si alterna con equilibrio ad un approccio riflessivo, che non sfiora nemmeno per un attimo la banalità. Già, perché davanti a McQueen e lo sceneggiatore John Ridley, nell’adattare il romanzo di Northup, si ponevano due ostacoli: la banalità appunto – il rischio di produrre solo aria fritta – e il patetismo. Da questo punto di vista, il risultato è encomiabile: McQueen cuce la storia sui propri personaggi e, ponendosi da arbitro super-partes, li lascia esprimere liberamente. Ed è qui che 12 anni schiavo smette di essere un semplice documento storico per diventare una riflessione incisiva su Dio.

Dio, che insieme a negro e padrone è una delle parole più citate nell’opera, campeggia sulle anime dei personaggi, manifestandosi in svariate forme: il dio ipocrita e rassicurante di William Ford (Cumberbatch), il dio prescrittore da piaghe bibliche di Edwin Epps (Fassbender), il dio-pietà della schiava-martire Patsey (Lupita Nyong’o, semplicemente da Oscar). E per finire, il deus ex machina Pitt, il cui confronto con Fassbender, basato sull’immanenza delle leggi divine e la fallacia di quelle umane, rappresenta uno degli spunti di riflessione più efficaci del film.

Di 12 anni schiavo, tuttavia, ricorderemo soprattutto gli sguardi: quello di Fassbender, animalesco e malato; quello glaciale di Cumberbatch, filtrato da un atavico senso di colpa; quello di Ejiofor, che si piega ma non si spezza; e più di tutti, quello ferito e privato di vita della Nyong’o. Vera rivelazione del film, Lupita guida una squadra di comprimari di assoluto livello, completata dalle ridotte ma eccelse prove dei sopraffini Giamatti e Paul Dano. 12 anni schiavo è il tipico esempio di ottimo cast sfruttato come merita.

Poi c’è un’altra cosa che ricorderemo: il ritorno a casa di Solomon. Nell’abbraccio finale c’è la straziante consapevolezza, per milioni di persone, del tempo perduto. Dei troppi secoli vissuti con il cuore incatenato.

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