“Operae” di passione non commissionata

Si è chiuso ieri a Torino Operae – festival del design indipendente, una tre giorni di esposizione, workshop e incontri.

Oggigiorno la parola “design” risulta tra le più abusate nonché utilizzate a sproposito. Questa cosa, oltre a rendermi sempre più difficile spiegare alla gente che un designer è un essere umano che progetta e non un sinonimo di “cool”, mi ha fatto quasi rinunciare all’idea di rendere edotta mia nonna sul mestiere che faccio. Quindi, in famiglia io sono “quello che fa quelle cose. Quelle cose lì. Quelle. Le cose”.
Ma torniamo alla questione del design. O meglio dei designer. Meglio ancora dell’autoreferenzialitá dei designer. Sento di poterlo dire con una certo grado di consapevolezza interiore: il designer è una creatura perlopiù autoreferenziale. Il che non si pone come giudizio di merito, ma pura e semplice constatazione basata sull’esperienza. Chiariamo anche che il fatto di per sé non costituisce reato, né ha per forza una connotazione negativa.
Pertanto quando scopro un nuovo evento legato al mondo del design mi trovo sempre a valutare con una certa attenzione la cosa e mi pongo sempre speranzoso domande quali “Ci sarà innovazione? È un format che risponde a nuove esigenze?” per poi chiedermi più semplicemente “Ma ne sentivamo proprio il bisogno?”.

Premesso tutto questo, ammetto che Operae ha attirato da subito la mia attenzione: festival del design indipendente (per loro definizione), dalla grafica al complemento, dall’editoria all’illuminazione. Il tutto in salsa torinese, presentato con un ottimo progetto di identità visiva bicolore a cura dello studio (torinese appunto) Undesign.
Quando si parla design autoprodotto siamo ancora di più sul filo del rasoio: un’autoproduzione è un progetto che nessuno ti ha commissionato, un progetto in cui credi e ci spendi tempo, sangue e litri di caffè notturni. Ma oltre al rischio d’impresa che ti accolli, il rischio più grande è ovviamente che sia un progetto di cui non freghi niente a nessuno.

E dunque: Operae. Il fatto che si svolga a Torino invece che a Milano è di per sé un punto a suo favore. Milano è satura di eventi che possiamo archiviare nella categoria “robe di design fatte da designer per designer”, nel bene e nel male. Torino negli ultimi anni sta invece guadagnandosi a buon diritto un posticino nell’olimpo italiano del settore e Milano potrebbe non vivere per sempre di rendita del titolo di capitale del design.
La location fa spesso la differenza, in questo caso più di altri. Ci troviamo nei Cantieri OGR Torino, un mastodontico spazio di archeologia industriale che ti lascia senza fiato; prima ci costruivano treni, ora ci fanno di tutto: dai festival di musica elettronica agli eventi di arte e design.
Appena oltre la biglietteria si può apprezzare fin da subito l’allestimento in totale sintonia con la location, totem di spesso cartone alveolare segnalano gli oltre 70 spazi espositivi, delimitati esclusivamente da nastro adesivo verde fluo a pavimento. Questi unici due elementi fungono anche da segnaletica in tutto il capannone.

Ma quindi cosa potevamo trovare a Operae? Gli espositori erano molti e variegati, sul sito web trovate il dettaglio di ciascuno (servizio peraltro molto utile e per nulla scontato), qui di seguito invece una brevissima lista – senza alcuna pretesa di essere esaustiva – di quello che meritava essere visto.
MoMAng, collettivo barese con la sua snella e funzionale cucina mobile su ruote, ideale per eventi in spazi pubblici urbani.
Marco Comincini che presentava le sue sedute in faggio multistrato ad incastro e parlava un po’ troppo.
Fablab Torino che nessuno ha capito bene cosa facesse, ma tutti facevano la fila per vedere in azione le loro macchine di artigianato elettronico in funzione.
Turineyes, piccolo laboratorio artigianale di ottica che crea occhiali in pezzi unici in un processo di totale simbiosi con chi li indosserà: ogni pezzo, materiale e forma dell’occhiale è a scelta, inoltre una scritta totalmente personalizzata verrà incisa nella bacchetta laterale (e questo particolare ha solleticato l’ego di tutti noi).
Iride Fixed, gruppo di ciclisti urbani modenesi con i loro telai artigianali rigorosamente a scatto fisso (due di loro infatti sono poi volati a Milano sabato pomeriggio per la Red Hook Criterium).
Tommaso Mancini con il suo OrtoBrick, mattoncino di argilla (con semi inclusi) dalle fattezze del classico sapone di Marsiglia: da disperdere in città per favorire la riforestazione urbana.
Micro, evento nell’evento, incubatore di editoria autoprodotta che a sua volta gestiva più di 30 espositori ai quali ho lasciato più soldi di quanto potessi permettermi.
Infine Operae Kids: uno spazio di oltre 250 metri quadrati dove, oltre ad un’area giochi, la libreria Corraini presentava più che libri piccole opere d’arte per bambini di ogni età.
E non ho detto nulla dei workshop. E non ho detto nulla delle conferenze.

Insomma se ci foste andati avreste trovato molta passione e voglia di progettare con le mani, sperimentazione, contaminazione ed edizioni limitate. E anche tantissima autoreferenzialitá ovviamente, ma chi ha mai detto che sarebbe stata una cosa brutta?

Stefano Joker Lionetti

Partner dello studio grafico Zetalab, docente a tempo perso alla facoltà di Design del Politecnico di Milano.
Graphic designer, type lover, dal 2004 tento inutilmente di spiegare a mia nonna che mestiere faccio, ma comunque lo faccio bene e lo faccio a Milano.